Vivissimo era l'affetto del poeta per la sorella, ma le consuetudini de la famiglia, la severa ritenutezza che toglieva ogni espansione e lo stato d'animo del giovane, il quale nel suo dolore profondo vedeva tutto triste nel presente, e solo ne l'antichità credeva di trovare il mondo ancor giovane e forte e virtuoso, tolgono al Canto ogni tenera effusione: non è inspirato da i domestici affetti, ma da l'amor patrio; e la donna, che vi si riflette è la figura classica de l'antica matrona. Qualche cosa di affettuoso vi ha solo ne l'introduzione; è però da notare che sarebbe stato crudele vantar le gioie de l'amore a Paolina, che stava per sposare un uomo non giovane, non piacente, certo non amato da lei: se questo si pensa, apparirà delicato e generoso quel mostrarle i doveri de la maternità e darle coraggio e forza per la dura battaglia de la vita. Tuttavia ne la Canzone vi ha l'alto concetto di ciò che la donna può su l'uomo; se ne la prima parte predomina il sentenziare breve ed austero, ne la seconda il cuore del poeta si scalda dinanzi a le antiche donne, non meno leggiadre che grandi; si commuove al loro dolore ed a la loro sventura; la fantasia ridesta dipinge il quadro de' suoi più vaghi colori.
Con l'immagine di Virginia finisce il Canto, lasciando nel lettore l'impressione grandiosa di quel popolo salvato da quella donna. Evitò un ritorno ai tempi suoi, al suo paese, ma par che il suo silenzio nasconda un augurio: quello che, come il romano, risorga anche il popolo italiano per la virtù femminile.
Il Bruto Minore segna pel poeta il confine fra l'età de l'immaginazione e il prevalere de la scienza e de l'esperienza del vero: con Bruto spira quella giovanezza del mondo, che è rimpianta nel Canto Alla Primavera. La bella stagione tenta ancora il cuore gelido del poeta, che nel fiore de gli anni esperimenta la vecchiezza, e desta in lui un nuovo palpito, che gli fa chiedere con trepidazione s'egli sia ancora capace d'illusioni, se la natura sia ancora viva; gli risorgono dinanzi le belle immagini de le antiche favole, le candide ninfe che con piedi immortali danzano su le rupi scoscese e ne le selve; Diana cacciatrice, scendente a tergere nel fiume da la polvere e dal sangue i fianchi nivei e le braccia virginee; la driade, che palpita ne la scorza d'una pianta; l'innocente naiade, la quale fa sgorgare l'acqua limpida da la sua urna; Eco solitaria che un doloroso amore cacciò da le sue giovani membra, e che per le grotte e pei nudi scogli ripete al cielo le ambascie e gli alti e rotti lamenti umani. In queste femminili immagini mitologiche il poeta mette una vita che ce lo fa parere un uomo antico, veramente pietoso, veramente amante di esse; tale si crede e, al risveglio, tale si duole di non essere. Ahimè, da che il Cielo è deserto de gli esseri amabili che un dì lo popolavano, egli esclama, il tuono cieco, errando per le nubi e le montagne, spaventa ugualmente innocenti e colpevoli; da che la patria educa le nostre anime malinconiche, restando estranea ad esse, inconscia di esse, tu, o natura, ascolta le nostre cure infelici, il nostro indegno destino e rendi al mio spirito il fuoco de' suoi primi affetti, se pure tu vivi, se havvi cosa alcuna in cielo, in terra o nel mare, non dico pietosa, ma spettatrice almeno de la nostra sorte.
Egli non chiede, non sospira più che l'ardore de' suoi primi affetti, l'illusione, almeno, di trovar un amore, una donna, che gli ridía le gioie de la speranza, se non de la realtà. Pochi sentirono come il Leopardi la potenza e il desiderio de l'amore e poche volte egli medesimo seppe dare a l'impeto de la passione un così delicato velo di tristezza come ne l'Ultimo Canto di Saffo. La Saffo del Leopardi non è la storica figura che la tradizione continua a considerare insieme poetessa eccelsa ed amante sventurata, benchè la critica abbia dimostrato due Saffo essere esistite, l'una contemporanea ed emula di Alceo, l'altra più vicina a noi, infelice innamorata di Faone. Il Leopardi non cura di riavvicinarsi nè a la leggenda, nè a la storia, nè ai versi de la poetessa che ci rimangono; egli intende di rappresentare la infelicità di un animo delicato, tenero, sensitivo, nobile e caldo, posto in un corpo brutto e giovane, intende di sfogare il suo proprio dolore e forse di porsi dinanzi, come un caro fantasma, non la figura, ma l'anima de la donna, che avrebbe potuto comprenderlo. Come a Saffo, eran state care e dilettose a lui la notte, la luna, la stella de l'alba; finchè il destino lo colpì, non d'un tremendo amore al par de la giovane greca, ma d'un insoddisfatto bisogno d'amore, più tremendo ancora. Come Saffo, ne la lotta de' suoi disperati affetti, egli sente un insolito gaudio quando per l'aria e pei campi trepidanti si aggirano i polverosi fiotti del vento e rugge il tuono e sfolgora il lampo, mentre le greggie sbigottite fuggono per le valli profonde; il suono e la trionfante collera de le acque su la riva del fiume gli dà un senso gradito, perchè conforme a lo stato de l'animo suo; e pure egli, come la Greca infelice, sente ancora la beltà del cielo divino, de la rorida terra; la sente, ma è una nuova ferita per lui, cui i numi e l'empia sorte non fecero parte alcuna di quell'infinita vaghezza. Ospite vile, dispregiato amante de la natura, anch'egli la guarda invano supplichevole, da che non gli sorridono più le aperte rive dei ruscelli, nè l'albore mattutino sul lembo estremo del cielo; da che non si sente più salutato dal canto dei variopinti uccelli, dal murmure dei faggi; da che il candido ruscello, dove dispiega le acque pure a l'ombra dei curvi salici, par sottrarsi con disdegno al piede di lui. Come Saffo egli prorompe ne le disperate domande: di qual fallo, anzi di quale eccesso nefando mi macchiai prima di venire al mondo, perchè il cielo e la fortuna mi debbano così disdegnare? Qual peccato commisi bambino, quando la vita è ignara del male, perchè poi la mia spregevole esistenza avesse scema la giovanezza e negata ogni gioia? Così prorompe nel dolore, ma tosto lo signoreggia: incaute parole furon le sue, poichè un'arcana volontà determina il destino, e tutto è misterioso fuor che il nostro dolore; progenie trascurata noi nascemmo al pianto, e solo gli Dei ne sanno la ragione. Benchè questo appaia in linguaggio del freddo criterio, che non vuol lasciarsi sopraffare da la passione, ne le frasi brevi e quasi spezzate si sente un affanno che soffoca la voce in un singhiozzo. Il Padre concesse di regnare nel mondo soltanto a la bellezza; imprese virili, sapienza, poesia, non valgono al virtuoso deforme. Tutto qui è amore e dolore, dolore tanto cocente che la catastrofe giunge prevista, quasi aspettata, e la decisione de la morte par esca da le labbra de la poetessa con un sospiro di sollievo: sparse a terra le membra non degne, l'animo ignudo rifuggirà ne gli eterni regni, emendando il fallo crudele del cieco destino. Fin qui Saffo non ha nè pur accennato al suo amore, ma ora, determinata di morire, lascia sfuggirsi il suo secreto ne l'ultimo addio, che rivolge a l'amato, addio altamente patetico in cui parlan solo i sentimenti, che hanno inspirato tutto il Canto e che determinano la morte: affetto e dolore, ma senz'odio, senz'ira.
La più cara fra le immagini che arrisero a la mente del poeta e che gli furon tormento e conforto, l'ideale vagheggiato ne la dolorosa solitudine, rivive nel Canto A la sua donna, in cui altri vide un'allegoria de la libertà, altri de la felicità. Il Giordani, nel 1826, fu il primo ad affermare che il poeta nascondesse sotto il nome di sua donna, gnarus temporum, la divina idea di libertà, e più tardi (1830) chiamava il Canto un «celestiale inno d'amore a la libertà, il sommo di bellezza che si possa sperare da la poesia;» ma il Borgognoni[82] suppone che il Giordani interpretasse così quel Canto per liberare l'amico da l'accusa che facilmente poteva colpirlo in quel tempo, di cantare ideali e fantasie platoniche. Il Leopardi però quando aveva voluto, malgrado i tempi poco propizi, aveva saputo manifestare apertamente i suoi sensi liberali; e ne fanno prova le Canzoni All'Italia, Sul monumento di Dante, Nelle nozze della sorella Paolina.[83] Maggior valore de l'autorità di P. Giordani ha la voce del poeta, che ne l'articolo critico non fa punto supporre d'aver voluto cantare altro che un ideale femminile; e che, se altro si volesse intendere, apparirebbe spesso strano ed oscuro nei versi de la Canzone. L'autore non sa se la sua donna, e così chiamandola mostra di non amare che questa, sia nata fin ora, o debba mai nascere; sa che ora non vive in terra, che noi non siamo suoi contemporanei, e la cerca fra le idee di Platone, ne la luna, nei pianeti del sistema solare, nei sistemi de le stelle.
Come si potrebbe interpretare, pensando a la libertà, il sogno e i campi in cui essa appare, la sua vita ne l'età de l'oro, la sua morte e il trasvolare de l'anima sua tra la gente? E chi sarebbe l'altra, che potrebbe trovarsi pari a lei al volto, a gli atti, a la favella, e che così conforme sarebbe tuttavia men bella assai? E certo apparirebbero anche troppo appassionatamente teneri i versi in cui il poeta chiama la vita rallegrata da quella donna simile a quella che nel cielo indìa. Come mai il senno eterno potrebbe sdegnare di vestir di sensibili forme quest'idea e farle provar fra caduche spoglie gli affanni di funerea vita? Sì che nè l'autorità del Giordani, nè quella del Ranieri, che disse ad un amico aver il poeta intitolato da prima A la libertà questo Canto, nè quella de lo Zerbini che anch'esso volle vedervi adombrata la libertà, valgono a sostenere tale supposizione, accettata tuttavia da molti. Nè pur interamente persuasiva mi par l'altra asserzione che la donna sia la felicità (v. G. Mestica), benchè infine pel poeta l'amore d'una vera donna e la felicità sieno tutt'una cosa. Una osservazione importante è quella fatta da lo Straccali e dal Cesareo, e cioè che la Canzone A la sua donna ne l'edizione del 1824 è posta dopo l'Inno ai Patriarchi, ne le edizioni seguenti e ne la definitiva napoletana venne separata dal gruppo de le poesie civili e posta fra quelle filosofiche e amorose.
L'idealità platonica inspira questa Canzone, la quale tuttavia lungi da l'essere una fredda reminiscenza, sorge dal più intimo del cuore di Giacomo. Questi fin da la sua adolescenza aveva sentito vivissimo ne l'animo il desiderio d'amore, e da l'amore aspettava quell'ineffabile felicità che, illuso, credeva possibile ai mortali, ma che gli sfuggiva dinanzi quando più gli pareva d'esserle presso: la Geltrude Cassi, cui può darsi ch'egli pensasse ne lo scrivere i versi:
. . . . . . . . . s'anco pari alcuna
Ti fosse al volto, a gli atti, a la favella
Saria così conforme assai men bella,