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Per Giacomo Leopardi la donna era sempre, anche colpevole, un oggetto di reverente pietà, era il fiore, che, caduto dal suo cespo nel fango, fa rimpiangere la freschezza e la grazia che ha perduto, ma di cui gli resta un lieve profumo. Nel 1820 il poeta aveva già scritto quella Canzone Sullo strazio di una giovane di cui bastò il titolo a mandare in furia il conte Monaldo, che v'immaginava chi sa quali sozzure. Un fatto vero e accaduto ne le Marche aveva dato inspirazione al Canto: un seduttore per opera del chirurgo aveva fatto uccidere col figlio nascituro la fanciulla, che già aveva amata.

La Canzone rimane tuttora ignota, ma un pensiero incluso fra i ricordi giovanili del poeta, editi per la prima volta nel 1863 da la Rivista Italiana, ci dà qualche idea dei sentimenti che la inspirarono: l'autore si propone di scrivere una poesia di qualsivoglia sorta sul Primo delitto o la vergine guasta; pensa di prender qualche cosa da Orazio, od. 27, lib. III, dove con molta verità esprime sommariamente i concetti di una fanciulla in quello stato; gli par soprattutto degno d'osservazione il desiderio de la morte ed il coraggio proveniente dal rimorso, che fa bramare in quel momento anche a una timida fanciulla di essere stata piuttosto tagliata a pezzi. Se giudichiamo dal come il Leopardi teneva cara quella canzone, dobbiamo credere che essa fosse di un sentimento e di una delicatezza notevoli; infatti quando il Brighenti per accontentare Monaldo e dissuader Giacomo dal pubblicarla, mostrava di non vedervi gran pregio, il giovane gli rispondeva, evidentemente offeso: «Il mio povero giudizio e l'esperienze fatte di quella Canzone sopra donne e persone non letterate, seconda il mio costume, e riuscitemi assai più felicemente delle altre, mi avevano persuaso del contrario.» E alle rimostranze del Brighenti, Giacomo a sua volta si scusava, dichiarandosi deferentissimo al giudizio degli amici, ma aggiungendo che, per parlare schiettamente, aveva per quella Canzone Sullo strazio un certo particolare affetto, come cosa che gli era venuta dal cuore. Egli non poteva rimaner indifferente a le sventure d'una donna giovane, bella, amante, tale da parergli degna d'esser felice; e se con tanta commozione, sempre anche ne gli ultimi suoi anni, considerò la sorte de le giovani vite femminili troncate, o minacciate da la morte, con commozione assai maggiore doveva aver meditato su la tragica fine de la giovane marchigiana.

Ne la vita e ne la natura il poeta cerca soltanto un affetto, che risponda a l'ardore che sente in sè; a la vita e a la natura domanda soltanto un'anima che lo ami; ma poichè non la trova, ne la sua stanca desolazione si crede già stecchito, inaridito come una canna secca, e morto ad ogni passione, anche alla stessa potenza eterna e sovrana dell'amore; ben poco basta però perchè il suo cuore si risvegli; se non infrequente gli sorrideva la musa, era rievocata ben di spesso da un'immagine femminile. Tra il '21 e il '22 egli scrisse il Consalvo, la canzone Nelle nozze della sorella Paolina, l'Ultimo canto di Saffo e la canzone Alla sua donna.[78]

Il Consalvo, benchè pubblicato soltanto nel 1835, fu, secondo ogni probabilità, pensato ed abbozzato nel 1821. Lo inspirò l'ardentissimo desiderio de la pietà femminile; il Leopardi non vi parla in persona propria, ma pone su la scena un uomo amante e una donna pietosa, nel bacio de la quale quegli muore confortato; essenzialmente soggettivo per natura e per la lunga abitudine di vivere ripiegato su sè stesso, per la nessuna conoscenza del mondo, anche qui dipinge sè medesimo: più volte dovette nei suoi migliori momenti, quando la disperazione cedeva ad una dolce malinconia, immaginare il conforto supremo de la pietà di una donna, che illuminasse di luce soave i suoi ultimi momenti; quindi, a ragione nota lo Straccali che non par punto necessario andare a cercare il primo motivo di questo canto fuori de l'anima del poeta.

Si volle vederne le fonti[79] nei Pastorali di Longo Sofista, dove Dorcone morente palesa a Cloe il suo amore e le chiede un bacio; ne l'episodio boccaccesco de la morte di Arcita (Teseide), ne la nona novella de l'Heptaméron di Margherita regina di Navarra, e ne la leggenda di Jaufré Rudel. Il Carducci crede che la pietosa avventura del trovatore provenzale fosse nota al Leopardi e pei famosi versi del Petrarca,

Giuffré Rudel ch'usò la vela e il remo

A cercar la sua morte,

versi chiariti anche dai commentatori antichi, e per la storia de la volgar poesia del Crescimbeni. Assai severo si mostrò il Carducci per il Consalvo che a l'opposto è tenuto in gran pregio da lo Zumbini, il quale lo giudica una de le cose più perfette de la nostra poesia.[80]

Qualche cosa del Sogno rimane in questo Canto, dove le figure sono vaghe, sfumate come specchiati sembianti. La loquacità rimproverata al protagonista è una reazione al suo lungo silenzio, è il desiderio d'aprire, almeno una volta, a la donna quel cuore che fu sempre chiuso e che tra breve dovrà esser muto per sempre; Consalvo ha col Leopardi il desiderio de la morte, l'abbandono in cui è lasciato, l'esser schivo de la terra, l'amore cocente e timido, l'illusione di trovare ne l'amore una felicità quasi divina e l'abborrimento de la vecchiezza. Se l'immaginazione del poeta non fu sempre felice in questo Canto, vi hanno però immagini assai belle e sentimento sincero espresso con quella semplicità che è uno dei maggiori pregi leopardiani. Si è dubitato che sotto il nome di Elvira si nasconda una donna veramente amata dal poeta, e supposto da alcuni che questa donna sia la Basvecchi, da altri la donna stessa cantata poi col nome di Aspasia; la signora Caterina Pigorini-Beri ed il prof. Odoardo Valio vi supposero[81] adombrata Paolina Ranieri; queste ultime ipotesi cadono se, come appar logico, il Canto si attribuisce a la prima giovinezza del poeta. Solo riguardo a la Ranieri si potrebbe obbiettare che il Leopardi pensasse a lei nel ricorreggere e quasi rifare il Canto negli ultimi anni de la sua vita. Dopo quel momento di molle dolcezza che gli dettava il Consalvo, il poeta s'irrigidisce nel suo severo concetto di virtù eroica spartana e, pur pensando a la donna e a l'amore, l'anima sua resta assorta impassibilmente da la contemplazione di un classico ideale ne la canzone Per le nozze della sorella Paolina.