Dopo la tentata fuga, caduto in un periodo di torpore in cui nè pur le pene morali venivan più a consolarlo, condannato a l'ozio da i suoi mali, lacerato da la noia, come da un dolor gravissimo, gli pareva di non intender più nè pure i nomi d'amicizia e d'amore, e solo lo scuoteva la pietà di qualche cuore gentile. Era già formato in lui quel concetto che inspirò poi tutta l'opera sua: non havvi felicità su la terra, non havvi gioia, non consolazione reale, ma conforto unico rimastoci è la giovanile speranza, o meglio quell'illusione che nasce da l'inesperienza de l'uomo e che si personifica ne la giovinetta ingenua e sognante, destinata a una morte precoce. Una emanazione di questi sogni mi pare tutto il gruppo de gl'Idilli in cui domina una tristezza pura e serena, come di tacito plenilunio (salvo gli accenti disperati e cupi de La sera del dì di festa): domina il sentimento de la natura e vi ha l'anima stessa del poeta ne l'anima de le cose, le quali, tuttochè di una realtà evidente, hanno un'alta idealità d'espressione; tale quel Passero solitario che su la vetta de la torre antica va cantando a la campagna, finchè non muore il giorno e l'armonia erra per la valle esultante ne la primavera, quel passero che, mentre gli altri augelli contenti fanno a gara insieme mille giri per il libero cielo, festeggiando la loro gioventù, pensoso e in disparte mira il tutto, nè gl'importa di spassi e d'allegria, canta, e passa così il più bel fiore de l'anno e de la sua vita, quantunque ricordi il

Passer mai solitario in alcun tetto

e il

Vago augelletto che cantando vai

del Petrarca, è immagine perfettamente reale. Invero il Mestica seppe da chi ancora se ne ricordava in Recanati, che un passero solitario stava spesso ai tempi di Giacomo ed anche di poi, su la croce in cima al cono del campanile di Sant'Agostino, il più antico del borgo. Ma questo passero, che il poeta cercò spesso con gli occhi ammalati in alto su la torre in mezzo al sole di primavera, che ascoltò con l'animo intenerito, diviene un amico e un fratello per lui, che passa, senza divertimenti, solitario, la sua giovinezza ricca unicamente d'un conforto e d'una gioia, quella del canto: sentimento, amore, vita per lui. E al cielo sereno, ove gli uccelli garrendo lietamente intrecciano i loro voli e dove s'alza la punta di quel campanile che ricetta il piccolo poeta alato ne la sua solitudine triste, fa riscontro la immagine, ammirabilmente nitida del borgo al tramonto, in cui risuonano le campane e le allegre scariche di fucile, mentre da le case si spande ne le vie la gioventù vestita a festa, lieta di vedere e d'essere veduta. Come il passero, anche il poeta se ne sta solitario ne la remota campagna, o percorre a lenti passi la sua passeggiata favorita sul monte Tabor. Ma il pensiero che non tormenta l'uccello, tormenta l'uomo e gli guasta quella malinconia così dolce, quantunque non scevra di desiderio e di rimpianto, con la visione di un avvenire non rallegrato più nè pur da la luce de gli affetti; d'un avvenire in cui si farà cocente il rammarico dei godimenti giovanili non gustati e perduti per sempre. La calda anima del poeta par che si sopisca ne l'altissima quiete del lago al meriggio, ne la pace infinita e nel silenzio.

Al Giordani, com'è noto, il Leopardi scriveva non parergli più d'esser capace di amicizia, nè d'amore; ma mentre nega l'amore e le giovanili illusioni, le sente più soavi che mai. Il mondo è un paradiso a lo sguardo dei giovani, cui il cuore balza di speranze e di desiderio, cui la vita appare come una danza o un giuoco: ah! troppo brevi furono questi dolci errori pel poeta; quand'egli s'accorse di amare, il viver suo fortuna avea già rotto, chè la sua salute era perduta, la deformità sopravvenutagli ne' suoi migliori anni, insieme a la precoce esperienza de la vita, l'avevan fatto misero per sempre. Il suo cuore è di sasso, tace e resta quasi sempre immerso in un ferreo sopore, estraneo ad ogni moto soave; nondimeno il volto d'una fanciulla basta a commuoverlo e a ridestargli un canto ne l'anima. Canta e ritorna continuamente a sè, persuaso «che le scritture e i luoghi più eloquenti sieno dov'altri parla di sè medesimo...... Perchè quegli che parla di sè medesimo non ha tempo, nè voglia di fare il sofista, e cercar luoghi comuni, chè allora ogni vena più scarsa mette acqua che basta, e lo scrittore cava tutto da sè, non lo deriva da lontano, sicchè riesce spontaneo ed accomodato al soggetto, e in oltre caldo e veemente; nè lo studio lo può raffreddare, ma conformare e abbellire.»[76] Questo provano i versi stessi co' quali il Canto si chiude mirabilmente nel proposito ch'egli fa a sè stesso o ne la certezza ch'egli esprime d'amare la solitudine dei boschi e de le verdi rive, nel desiderio non di felicità e nè pur di pace, ma di lena e cuore a sospirare.

Ne La sera del dì di festa, il poeta ricorre col pensiero ad una donna di cui pe' balconi rara traluce la notturna lampa, mentr'ella dorme ne le chete stanze non tormentata da cura nessuna, ignara de l'amore che ha acceso. Secondo il Mestica, in questa donna si dovrebbe riconoscere la marchesina Serafina Basvecchi di Recanati, sorellastra di Giacomo; e La sera del dì di festa, sarebbe l'ultimo fra gl'Idilli, perchè «è ragionevole supporre che questo amore che si confessa tanto forte, abbia avuto qualche giorno di vita, e che non siasi spento alla maniera di un fuoco fatuo, lasciando subito ghiaccio nel cuore del poeta.»[77] Appar probabile che Giacomo vagheggiasse la Basvecchi, tanto più che qualche tempo dopo Paolina, annunziandogli il fidanzamento di lei, la chiama la tua Serafina. Pure non riesce altrettanto chiaro che tale affetto fosse profondo e durevole: questa stessa poesia, che rivela un animo fortemente agitato, non si può dire tutta infiammata da una veemente passione; il poeta è sconvolto piuttosto da una tempesta di dolore che d'amore. L'antitesi fra la pace de la natura e la disperazione di lui è il motivo fondamentale e si palesa persino ne l'armonia del verso; l'idillio si alterna con la tragedia. La notte è dolce e chiara, la luna queta posa in mezzo a gli orti e il profilo nitido de le montagne si rivela nel sereno; la donna riposa ne la dimora tranquilla e i sogni le riportano a la mente grati ricordi, ma v'è un'anima lì presso che confronta, quasi inconsciamente, quella dolcezza e quella pace col suo dolore; v'è un uomo, di cui gli occhi non brillarono mai se non di pianto e che disperato si getta per terra e invoca la morte e grida e freme. Passa un artigiano, che ha vegliato divertendosi e ritorna a casa cantando. Il giorno festivo è finito e, com'esso, tutto finisce e scompare. Quel giovane disperato e fremente divien pensoso: la sua mente, dimentica del proprio dolore, considera l'umanità intiera, la fugacità d'ogni grandezza, d'ogni cosa, e dopo aver contemplato un momento l'immensa scena del grande impero di Roma,

. . . . . . . e l'armi e il fragorío

Che n'andò per la terra e l'Oceáno,

risente (ed esprime ne l'armonia del verso) la pace ed il silenzio in cui tutto posa il mondo, dove di quella rumorosa gloria non rimane più nè pur una debole eco. Il canto si perde, allontanandosi pe' sentieri, ed il Leopardi, con un rapido ritorno su sè stesso, rammenta come fanciullo ne le sere del dì festivo, vegliando dolorosamente nel suo letto, a tarda notte sentiva stringersi il cuore ne l'ascoltare una simile voce melodiosa perdersi lontano. Il poeta de gl'Idilli è già il poeta del dolore, ma di un dolore tutto giovanile, ora agitato da la veemenza de la passione, ora allietato da la dolcezza de la speranza, qua ruggente come in un grido di rivolta, là mite come in un sospiro. Solitario vive con la natura, di cui i paesaggi, le scene, le immagini, formano tutto il suo mondo reale: la natura è l'amica sua, la sua confidente. Vi ha in questo gruppo di canti qualche cosa di romantico, come notò il Finzi, e ne la rappresentazione de la natura e nel sentimento tenero e malinconico; certo, limati e condotti a vera finezza estetica e perfezione di stile più tardi, serbano tuttavia il profumo, la grazia e la freschezza giovanile. Il poeta ha ritrovato sè stesso e, ne la sincerità de la sua inspirazione, il dolore contenuto, gl'impeti de la giovanezza avida d'amore, ricca d'alte aspirazioni, di nobili sogni, ma sfiorente ne la malattia, ne la noia, ne la solitudine, la dolcezza dei ricordi d'infanzia e d'adolescenza così vicini e già così lontani, tutto diviene poesia.