Le soavi strofette imitate da Carlo Pepoli diedero al Bellini l'inspirazione de la stupenda melodia dei Puritani:
Qui la voce sua soave,
melodia che doveva commuovere dolcemente il grande Recanatese, amante de la musica e soprattutto di quella appassionata del Bellini.
De la Cassi, non molti anni dopo averla amata, il poeta rivedendola a Pesaro, scriveva con un'indifferenza, non forse scevra d'ironia, d'averla trovata più grassa e florida che mai; ma il ricordo de la Fattorini doveva rimanergli invece come cosa sacra ne l'anima, affetto che il tempo ravvivava e ingentiliva, tanto più che l'immagine bella de la Teresa richiamava a lo spirito di lui la giovanezza e le care illusioni, sole vere gioie de la sua vita.
Nei Detti Memorabili di Filippo Ottonieri egli ripensava certo a la tessitrice, quando scriveva che il perdere una cara persona per via di qualche accidente repentino è meno doloroso che il vedersela distruggere a poco a poco da una lenta malattia da cui, prima ancora che spenta, sia mutata di corpo e d'anima; cosa senza fine amara, poichè violentemente ci cancella dal pensiero tutti gl'inganni de l'amore e fa perdere la diletta intieramente, chè l'immagine stessa di lei non arreca più conforto, bensì tristezza. E pure dieci anni ancora dopo la morte di Teresa, egli la vedeva nitida e fulgente nel suo pensiero, e ne fissò il profilo come in un quadro incantevole nei versi de la Canzone A Silvia, scritta a Pisa in un periodo di quiete tranquilla, feconda di sogni e di poetici ricordi. Silvia è sorella di certe dolci femminili figure virgiliane ed omeriche, ma è tutt'altro che una reminiscenza classica, è un ritratto di una realtà, d'un'evidenza meravigliosa. La giovanetta da gli occhi ridenti e fuggitivi, lieta e pensosa, percorre con la mano veloce la tela e, immaginando un vago avvenire, riempie del suo canto le quiete stanze e le vie d'intorno, mentre, come la Laura petrarchesca sotto la pioggia di fiori cadente da l'albero, umile continua intenta l'opera femminile, sotto la diffusa luce del maggio, il riso del cielo sereno. Col rimpianto de la fanciulla perduta, il poeta risente più amaro lo sconforto dei soavi perduti pensieri, de le morte speranze; nel cantare Silvia egli risente in sè quel suo cuore d'una volta. Non dimenticò mai la bruna popolana, e, se il canto di una tessitrice solitaria sempre lo commosse, gli è certo che in ogni solinga laboriosa fanciulla, egli rivedeva col pensiero l'immagine adombrata de la candida Teresa.
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Ne la prima gioventù esteriormente monotona e fredda, ma alta e quasi eroica nel pensiero e ne l'affetto, le prime immagini di donne reali che il Leopardi contemplò con amore, furon quelle che davano vita dinanzi a lui a le belle figure rimastegli fisse ne l'animo dopo le sue profonde e appassionate letture dei classici: la Cassi doveva parergli una dea de l'Olimpo greco, la Fattorini somigliava a la Circe di Virgilio, che canta e lavora. Quanto fu scritto intorno a la donna e a l'amore, e particolarmente da gli antichi, più consuoni a lui per semplicità e nobiltà di sentimento, lo attraeva, quasi gli permettesse uno sguardo almeno in quel mondo femminile ignorato, ch'era tutto il suo sogno. La Crestomazia da lui raccolta più tardi, quantunque intesa a dare specialmente ai giovani esempi letterari da imitarsi, rivela questa tendenza del suo spirito pel gran numero di componimenti amorosi che vi sono accolti.
Il Leopardi (1823) si compiacque di tradurre la satira di Simonide Sopra le donne; ed egli che tante donne aveva guardato con disdegno e disgusto, pur mantenendo intatta ne l'anima l'ideale imagine d'un'eletta, doveva consentire col Greco nel disprezzo de le sciocche e de le vane e ne l'alta ammirazione di quella che all'ape è somiglievole, ne l'invidia di quel beato, che l'ottiene e vede con lei prosperare la mortal vita. Ricordo ancora com'egli volgarizzasse, facendola precedere da un suo discorso originale, l'orazione di Gemisto Pletone in morte de l'imperatrice Elena Paleologina. La donna immaginata gli appariva sempre sotto forme maestose e belle; fosse la madre, conducente i figli, come ad un'ara, a le tombe de gli eroi, e accennante le belle orme del sangue versato per la patria; fosse la donna romanamente forte, che elegge i figli piuttosto miseri che codardi; fosse la giovanetta sposa greca, che cinge il fido brando al lato del suo caro o spande le nere chiome sul corpo esangue e ignudo di lui, riedente su lo scudo conservato; o Virginia bellissima e pura, che volentieri dà la vita per la patria.
Con tali immagini ne l'animo è naturale ch'egli sdegnasse le Recanatesi, le quali a la lor volta non lo curavano punto e forse lo schernivano; è naturale ch'egli le trovasse poco più, o un poco meno ricche di quel che la natura avea dato loro, e che la società del suo paese lo facesse dar indietro a prima giunta. Egli, come il suo passero solitario, non curava nè sollazzo, nè riso, nè amore; sfuggiva la gioventù riversantesi la festa ne le vie per mirare ed esser mirata, e godeva d'uscire ne la rimota campagna e contemplar mestamente il sole al tramonto. Amore era già lungi dal suo petto così caldo un giorno, anzi rovente; pure incontrando pei campi una vaga fanciulla, ascoltando ne la placida quiete di una notte estiva il canto d'una giovanetta intenta al lavoro ne le stanze romite, il suo cuore si muoveva a palpitare. Il ricordo di Teresa gli rendeva cara, come immagine vivente de la perduta, un'altra povera e gentile tessitrice, tisica anch'essa, anch'essa dimorante vicina a lui, che poteva vederla da le finestre di casa sua ed ascoltarne la voce, la Maria Belardinelli, una bionda, candida, soave e signorile nei modi essa pure, in cui altri volle riconoscere la Nerina de le Ricordanze.
L'episodio di Nerina che rivive nei ricordi del poeta molti anni più tardi, è un idillio gentile: gli risorge dinanzi la fanciulla da gli occhi giovanilmente soavi, appoggiata a la finestra in colloquio al giovanetto suo vicino, che impallidisce ancora, ricordando la voce di cui ogni lontano accento lo faceva tremare. L'immagine de la morta gli si ripresenta come figura principale d'ogni lieto quadro ch'egli vede, e divien per lui il simbolo de la giovinezza e de la speranza. Se pure Silvia e Nerina non sono la stessa persona (e la questione molto discussa non è forse ancora decisamente risolta), son fuse ne l'anima del poeta in una soavissima idea d'amore, di giovanezza e di sventura. Silvia e Nerina sono la donna ch'egli amò con l'anima senza alcun materiale desiderio, la donna che sola gli pareva degna di un fuoco intaminato e puro: giovane, onesta, bella, altera e dolce insieme, la donna che in elette forme accogliesse un'anima simile a quella ch'egli sentiva in sè, la donna ne la quale per lui si convergevano tutti i raggi de la bellezza e de la felicità umana: essa la primavera, essa la gioventù, essa la speranza, essa l'amore, essa la morte. Tutta la spiritualità del poeta si rivela in questi suoi versi d'amore: la graziosa giovanetta che gli ha sorriso un giorno, ha fatto battere il suo cuore d'un palpito che non si estinse più interamente, perchè la bella immagine femminile divenne per lui un alto ideale, l'amore stesso fatto persona, a lo sparire del quale tutto sparisce e si oscura; la tomba de la giovane racchiude tutto quel che di desiderabile ha il mondo, e il fantasma che di tratto in tratto risorge da quella tomba ha ancora tanta vita e tanta luce che nulla è degno di essergli paragonato. La bella stagione sempre rinnovava nel Leopardi col desiderio de la vita, dei diletti del cuore, de la contemplazione de la bellezza, l'immagine di Silvia e di Nerina, ed egli non ebbe mai un giorno lieto o solo tranquillo, in cui, col ricordo caro fra tutti de la giovinezza, non si ravvivasse quella memoria sacra per lui; ancora a Napoli, quando col Ranieri saliva a piedi a passeggiare su i colli e udiva il canto de le tessitrici intente al telaio, egli ristava ad ascoltare muto, commosso.