Scrivendo questa prosa il Leopardi doveva essere in uno de' suoi momenti meno tristi, poichè un sincero umorismo lo inspira. Si sente, come dice il Bouché Leclercq, qu'il a des larmes dans la voix, si sente ch'egli ha sofferto per colpa dei motteggi e dei biasimi di amici falsi, ch'egli ha sofferto nel sentirsi solo in quella sua alta aspirazione a le opere virtuose e magnanime e sopra tutto ch'egli ha anelato con tutta l'anima a l'amor sincero di una donna, ma la serenità del suo spirito gli permette di scherzare sui suoi errori e su le sue delusioni.
Alcune prose del Leopardi e questa sua Proposta di premi, fra le altre, provano quale squisito umorista egli avrebbe potuto essere, se non fosse stato così sconfinatamente infelice; invero quanta felice arguzia in quell'enumerazione di macchine, che si spera saran trovate col tempo: parainvidia, paracalunnie, filo di salute, che scampi da l'egoismo, dal predominio de la mediocrità, da la prospera fortuna de gl'insensati, de' ribaldi e de' vili, da l'universale noncuranza e da la miseria de' saggi, de' costumati e de' magnanimi; e quanta ancora nei premi immaginati!
Nel soggettivismo schietto ritorna il Leopardi col dialogo de La Natura e di un'anima. Lo spirito, cui la natura dice: vivi e sii grande e infelice, è quello stesso del Leopardi, che desolato di riconoscere vano il suo immenso desiderio di felicità e di sentire ne la propria eccellenza, ne la finezza del suo intelletto, ne la vivacità de la sua immaginazione, altrettante cause d'ineffabile soffrire, sconfortato de la gloria stessa, che non si ottiene in vita e talora nè pure in morte, nè anche da gli eccelsi, maledice la sua grandezza e chiede d'esser conforme al più stupido, insensato spirito e di morire il più presto che si possa.
Non così avrebbe maledetto la vita e l'ingegno, se il sorriso di una Elvira gli avesse aperto il cuore a l'agognata felicità: il paradiso in cui egli avrebbe veduto cangiarsi la terra desolata, non sarebbe stato eterno; ma la visione e il ricordo di esso avrebbero salvato l'infelice da la disperazione.
A l'uomo, cui manchino la potenza di agire e gli affetti, qual rimedio rimane contro la noia, se non i sogni e le fantasticherie? Così il Leopardi nel dialogo Torquato Tasso e il suo gemo familiare (imitazione, ma piena d'originalità, del Messaggero de lo stesso Torquato); il Tasso del dialogo è sempre il Tasso del Canto ad Angelo Mai; mandandolo in terra il cielo preparava a gli uomini l'esempio d'una mente eccelsa, a lui dolore, non altro che dolore, nè pur dal dolcissimo canto confortato. E che è questo Tasso se non il Leopardi medesimo?
Nel dialogo, il Tasso tocca del suo amore per Leonora, e ne le parole di lui senti la voce stessa del Recanatese. Questo dialogo chiarisce la natura di quasi tutti gli amori leopardiani: l'amata gli pare da vicino una donna, da lontano una dea, e quel che più gli duole è che le donne stesse tolgano ogni splendore a l'immagine loro ch'egli si forma con la fantasia: ne l'amore, come in tutto, il vero doveva avvelenargli l'ideale. Quando egli sogna la sua donna, sfugge il giorno dopo di rivederla chè, se pur la rivedesse pari nel volto, ne gli atti, ne la favella a l'immagine sognata, non sarebbe più la stessa, avrebbe perduto gran parte del suo incanto.
Se l'utilità de i sogni e de le fantasticherie è solo quella di consumare la vita, questo è pure l'unico intento che ci si possa proporre. Lo spirito del Leopardi ne la dolorosa meditazione s'inasprisce: dal sogno, al dolore; dal dolore a l'amarezza; da l'amarezza, al sarcasmo; ecco la storia di quell'anima. Così qui il dialogo tutto ha un'intonazione malinconica e dolce, la chiusa è aspramente sarcastica. Dove sei solito abitare? — chiede Torquato al suo genio. — In qualche liquore generoso, — risponde questo; — da prima il Leopardi aveva scritto nel tuo bicchiere.
Ma il sarcasmo non dura, non può essere abituale in quell'animo altamente buono, che si ritrae in Filippo Ottonieri così originale e profondo ne' suoi giudizi sul mondo e su le umane sventure.
Chiarendo l'ironia di Socrate, il Leopardi spiega la sorte sua: nato con disposizione grandissima ad amare, ma per la sciagurata forma del corpo disperato di poter ottener altro che amicizia, e per la stessa ragione poco atto ai pubblici negozi, e pur dotato d'ingegno grandissimo, che accresceva fuor di modo la molestia di queste condizioni, come Socrate anche il Leopardi si pose per ozio a ragionare sottilmente delle azioni, dei costumi e delle qualità de' suoi cittadini: nel che gli venne usata una certa ironia; come naturalmente doveva accadere a chi si trovava impedito di aver parte, per dir così, nella vita. Ma anche in lui la mansuetudine e la magnanimità innata fecero che l'ironia non fosse sdegnosa ed acerba, ma piuttosto riposata e dolce. Le occupazioni, fossero negozi o trastulli, eran ugualmente passatempi per lui, che ai piaceri reali anteponeva d'assai quelli de le false immaginazioni; tutte infelici gli parevan le condizioni de la vita e tutte press'a poco ugualmente povere di beni e ricche di mali, nè rimedio a questi era per lui la filosofia. Come l'Ottonieri, l'autore è un ingegno singolare, che si compiace di scostarsi dal comune de gli uomini e che pur disprezzando nel suo pessimismo e l'umanità e la natura e l'universo, non sa odiare, anzi è naturalmente e quasi inconsciamente disposto a sentimenti affettuosi, i quali non lo compensano, ma lo consolano, alcun poco de gli affetti eroici ed ardenti per cui si sentirebbe nato, e che fortuna e natura gli negano. «Sono nato ad amare, ho amato e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva. Oggi, benchè non sono ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, ne forse anco tepida, non mi vergogno a dire che non amo nessuno fuorchè me stesso, per necessità di natura, e il meno che mi è possibile. Contuttociò sono solito e pronto a eleggere di patire piuttosto io, che esser cagione di patimento agli altri.»
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