A Firenze il Leopardi provò l'ultima terribile passione de la sua vita, un amore ardente come il primo, ma di cui l'illusione durò ben più, e ben più tormentose furono le sofferenze che gliene vennero, quando quel caro inganno gli fu strappato a forza. Alcuni credettero che la donna amata a Firenze dal Leopardi fosse la Carlotta Lenzoni de' Medici, altri la Carlotta Buonaparte. Paolina Leopardi per prima immaginò che de la Buonaparte il poeta fosse innamorato; egli stesso lo nega in una lettera a Carlo.
La Lenzoni, gentildonna abbastanza colta e amantissima de gli studi, radunava in casa propria i più insigni letterati ed artisti di Firenze, fra i quali il Sismondi, il Tenerani che per lei scolpì la Psiche, il Niccolini, il Carena, il Leopardi; amico pure le fu il Giordani. Ella è nota specialmente perchè restaurò la casa di Giovanni Boccaccio, di cui aveva fatto acquisto. Su i rapporti di lei col Leopardi non molto ora si sa, forse le lettere di lei al poeta rimaste al Ranieri diranno di più; ad ogni modo ella fu certo ospitale e gentile verso il Recanatese; ma quel che fu detto e recentemente sostenuto dal professore A. De Gubernatis cioè che ella fosse l'Aspasia, non mi appar probabile. Il sapere che la marchesa Carlotta era amabile, colta, che aveva un albo di autografi preziosi, di cui qualche cosa deve rimanere ancora e in cui scrisse il Leopardi; il ricordo de le sale veramente ricche e profumate del palazzo di lei, la sua amicizia pel poeta, sono insufficienti a farnelo creder innamorato de la dama, mentre molte ragioni avvalorano l'opinione che Aspasia fosse la Fanny Targioni-Tozzetti, de la quale certo furono intimi durante la loro dimora a Firenze il Ranieri e il Leopardi. Conferma che non fosse la Lenzoni il difetto di lei che, essendo gobba, benchè del resto piacente, non avrebbe potuto esser chiamata dal Leopardi così verista beltade angelica, fonte d'ogni altra leggiadria, sola vera beltà, la più bella fra tutte le donne; debbo aggiunger qui però che altri vuole la gibbosità fosse un'amabile invenzione de le buone amiche de la dama, la quale soleva stare un po' curva. Ella quando conobbe il poeta era tra i 45 e i 47 anni. Riguardo a l'albo, l'uso ne le dame d'averne uno era comunissimo e l'aver il Leopardi scritto in quello di lei, poco prova dopo quanto si dirà de la Targioni.[89] Questa era vicina di casa del Leopardi, abitava in via Ghibellina; donna giovane ancora, poco più che trentenne quando lo conobbe, di rara bellezza, univa ad essa una grande amabilità e una perfetta arte di piacere. Antonio Targioni-Tozzetti suo marito, professore ne l'Arcispedale di Santa Maria Nuova e ne l'Accademia di Belle Arti, accademico de la Crusca e direttore del giardino botanico, godeva di gran fama e riuniva spesso in casa sua uomini insigni. Accolto con la gentilezza abituale nei Targioni, e anzi maggiore per il nome già illustre che possedeva, Giacomo vi si trovò assai bene e ammirò la leggiadria e la grazia de la Fanny e l'ingegno del professore. Quando poi la primavera, come sempre, gli avvivò le forze e lo spirito, la simpatia per quella donna divampò in amore. Tutto fa credere che fosse la Targioni la bellissima e amabilissima signora per la quale il poeta con tanta premura domandava e raccoglieva autografi; anzi a questo proposito è da notarsi che per accontentar lei il Leopardi si fece mandare da Paolina il protocollo de le lettere a lui scritte da vari letterati e che di queste lettere anteriori al marzo del 1830, se ne trovarono tre fra le carte di casa Targioni-Tozzetti, nessuna fra quelle dei Lenzoni. La passione risvegliatasi ardentissima nel Leopardi gli fu da prima causa di inenarrabili dolcezze, il suo animo sereno e lieto come non era stato mai, dava adito persino a un compatibile sentimento di vanità, o di cura almeno de la propria persona, poichè certo il poeta pensava a la donna cui avrebbe voluto piacere, quando scriveva a Paolina (21 agosto 1830) d'aver fatto ridurre a l'ultima moda il suo abito turchino, e si compiaceva che paresse nuovo e gli stesse molto bene.
Il Pensiero Dominante ci rivela lo stato d'animo di lui durante il primo periodo di questo suo affetto: il pensiero amoroso lo domina interamente, terribile ma caro dono del cielo; tutti gli altri si dileguano, tutte le opere, tutta la vita son divenute un nulla, una noia intollerabile in confronto a la gioia celeste che quello gli procura; le solite meditazioni, le solite compagnie divenute incresciose, il poeta non intende più come altri possa aver desideri, sospiri non somiglianti al suo. La morte che mai gl'increbbe, gli par ora un giuoco, e la sdegnosa delicatezza de l'animo suo che ha sempre disprezzato i cuori ingenerosi, abbietti, ora è mossa più che mai a subitaneo sdegno da ogni esempio di viltà. L'amore gli pare la sola discolpa al destino, che ci ha posto in terra a soffrire tanto senza frutto, e non indegno l'aver sostenuto tanti anni una così misera vita per giungere in fine a cogliere tali dolcezze; anzi esperto di tutti i mali umani ricomincerebbe il corso de l'esistenza, pur che conducesse a tal meta. In quel nuovo paradiso dimentica lo stato terreno ed è beato di sogni quali han forse gli esseri immortali. Ma il dolce stato d'animo poco dura e ben presto il poeta non sospira più l'amore soltanto, non crede più ch'esso basti a rendere ad ogni modo sopportabile la vita, bensì ripensando al verso di Menandro:
Muor giovane colui ch'al cielo è caro,
agogna due cose belle, amore e morte: l'uno il più grande dei beni, l'altra fine d'ogni male; ai fervidi, ai felici, a gli animosi ingegni, il poeta augura o l'uno o l'altro di questi dolci signori,
Al cui poter nessun poter somiglia;
per sè, con tenerezza ineffabile, invoca la morte pietosa, certo ch'essa lo troverà orgoglioso, renitente al fato, non benedire al poter che l'opprime, gittar da sè ogni speranza vana, ogni conforto stolto, aspettar solo serenamente l'ora in cui poter piegare addormentato il volto nel seno virgineo de la funebre dea.
Questa fu la più vera e terribile passione del Leopardi, e si ricollega a gl'impeti del primo amore, ai deliri per la Malvezzi; è una passione pura, ma tutta umana, che probabilmente il poeta, sempre riserbatissimo e timido, perchè conscio de la propria inferiorità materiale e dei doveri de l'ospitalità, non palesò mai a la donna cara, ma ch'ella dovette comprender benissimo, poichè il Leopardi stesso aveva certa coscienza di esser stato capito.
Le debolezze, cui per tale passione egli si lasciò andare, furon tali che non la donna soltanto, ma anche gli amici di lui compresero il suo secreto e si dolsero e del suo soffrire e del suo non saper resistere a quel disgraziato affetto. Obbligato a seguir l'amico Ranieri a Roma il 1º ottobre de l'anno 1831 e a restar là cinque mesi e mezzo, si duole di quel soggiorno come di un esilio acerbissimo. Malgrado le spiegazioni che ne furon date, mi pare che di questo viaggio non si sia ancora chiarita sufficientemente la ragione. Il romanzo di cui parla Giacomo al fratello Carlo (15 ottobre 1831) è certamente un romanzo suo, suo così il dolore e sue le lacrime; infatti come altrimenti avrebbe scritto: «Se un giorno ci rivedremo forse avrò forza di narrarti ogni cosa»; e noto pure che ne l'altra lettera de l'ultimo de l'anno 1831, scusandosi col fratello di tacere ancora su le cose che quegli gli aveva dimandate, e cioè, come appare dal contesto, su le cause del suo viaggio, gli dice: «Troppo lungamente dovrei scrivere per informarti del mio stato in maniera sufficiente.» Gli aveva chiesto la Fanny d'allontanarsi per qualche tempo? Non mi pare improbabile. Una volta sola, da Roma, egli le scriveva; ed è una lettera rispettosa, riservata, ma ne la quale chi abbia bene studiato il carattere di lui, intravede un profondo sentimento, specialmente se la confronta con le lettere ad altre donne che pure senza dubbio egli amò, per esempio con quella da Recanati a la Malvezzi: non scrisse prima per non darle noia, ma non vuole che il silenzio le paia dimenticanza, benchè ella forse sappia che il dimenticar lei non è facile. Le parla di sè e de le proprie idee con effusione e poi si duole di rattristar con esse lei che è bella e privilegiata dalla natura a risplendere nella vita e trionfar del destino umano. S'ella si degnerà di comandargli sarà per lui una gioia e una gloria di servirla. Il 22 marzo era di nuovo a Firenze e passò alcuni giorni lieti; la sua stima per la Fanny non era forse profonda, ma l'amore diveniva intollerabilmente appassionato così ch'egli non viveva che per quella donna, dimenticando dinanzi a lei il proprio orgoglio, la propria fierezza e quasi la propria dignità. La Fanny, annoiata di quella passione, seccata forse da le ciarle che se ne facevano, non trattò più il Leopardi con la consueta gentilezza, ma non per questo riuscì ad intiepidirne l'affetto. Ne l'agosto del 1832, lontana la Targioni che era a Livorno pei bagni, lontano il Ranieri ch'era a Bologna per seguire la Pelzet; ammalato, mancante di mezzi di sussistenza al punto d'aver dovuto chiedere l'assegno a la famiglia, Giacomo si sentiva tuttavia rivivere, ricevendo un biglietto de la donna amata, cui rispondeva una lettera timida e rispettosa anch'essa, ma che rivela ancor più de l'altra il suo stato d'animo. Vi dice fra l'altro: «Ranieri è sempre a Bologna, e sempre occupato in quel suo amore, che lo fa per più lati infelice. E pure certamente l'amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo e le sole, solissime degne di essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno le altre cose che non sono nè belle, nè degne dell'uomo... Addio, bella e graziosa Fanny. Appena ardisco pregarvi di comandarmi, sapendo che non posso nulla. Ma se, come si dice, il desiderio e la volontà danno valore, potete stimarmi attissimo ad ubbidirvi. Ricordatemi a le bambine e credetemi sempre vostro.»
L'autunno e l'inverno passarono tristemente pel poeta sempre più malfermo in salute e sempre innamorato. Quale fosse l'epilogo di quest'amore non si sa. Nel maggio del 1832 il Leopardi era sempre accolto con gentilezza e premura dai Targioni; infatti parla certo di loro ne la lettera a Paolina (22 maggio 1832), annunziandole d'averle mandato il pus che Carlo desiderava, avuto da lui per mezzo di uno dei primi medici di Firenze. E la gentilezza più ancora che del Targioni era de la Fanny, la quale s'era provveduta di quel pus per mandarlo ad un suo fratello; poi per fare un piacere al Leopardi, glielo aveva ceduto, aspettando di averne più tardi de l'altro.