Certo la fine di quest'amore fu una delusione compiuta che portò ne l'animo del Leopardi un dolore disperato, e lo persuase a seguire il Ranieri a Napoli. Altri vuole che il Ranieri stesso, il quale era molto ne le grazie de la Fanny, dopo aver incoraggiato l'amore de l'amico e pregato la donna ad essergli compassionevole, finisse con lo svelare a l'infelice come ella, facendosi giuoco di lui, non ristesse dal canzonarlo coi conoscenti. Il poeta perdette allora persino la speranza ne la pietà de l'amata, persino la fede ne la gentilezza de l'animo di lei e scrisse i versi A sè stesso, i più tragicamente desolati che sieno usciti dal suo cuore e forse da cuore umano. Calmata quella tempesta, più tardi a Napoli, ne la primavera del 1834, ricordando, scriveva l'Aspasia e nascondeva sotto questo nome la donna amata, perchè bella, colta, ospitale. La immagine di lei gli riappare spesso, visione superba, e il profumo di una piaggia fiorita, di una via cittadina olezzante di fiori, gli risveglia sempre il ricordo dei vezzosi appartamenti tutti odorati di fiori primaverili in cui la vide con una veste violetta, adagiata sopra un divano ricoperto di pelli, circonfusa d'arcana voluttà, dotta allettatrice, scoccare baci sonanti su le labbra de' suoi bambini, stringerseli al petto e porgere a loro, ignari de le sue cagioni, il collo candidissimo.
Il ritratto che il Leopardi fa d'Aspasia è quello d'una donna ammirabilmente bella, civetta, di poco cuore e di non grande intelligenza. Che in questo ritratto vi sia alcunchè di soggettivo è certo; ma calmato il primo furore il poeta non parla più agitato da la passione, bensì ritorna con sufficiente calma ai giorni del suo amore e de le sue pene, una grande amarezza gli resta ne l'anima e un non celato disdegno di quella donna in particolare e de la donna in generale. Ne l'Aspasia, poesia sincera e originale se altra mai, v'è pur qualche cosa che rammenta L'amante rigettato del Baldovini (sec. XVIII), poesia che il Leopardi conosceva ed ammirava certamente, poichè l'accolse ne la sua Crestomazia poetica. Certo ben altro è il sentimento tragico del Recanatese, da lo scherzo dispettosetto e amaro del Baldovini; pur questo è, per dir così, la prima nota di quella gamma.
Pel Leopardi l'amante vagheggiava ne l'amata il proprio ideale inchinando ed amando questo in quella; conosciuto l'errore, s'adira ed incolpa a torto la donna:
. . . . . . . . Che se più molli
E più tenui le membra, essa la mente
Men capace e men forte anco riceve.
Aspasia non immaginò mai l'affetto e i pensieri da lei inspirati, nè mai potrà intenderli; quella ch'egli amò, è morta, e solo risorge talvolta per brevi momenti dal suo sepolcro, mentre l'Aspasia reale non soltanto è viva, ma tanto bella che a parer del poeta supera ogni altra donna. Ora mi sia permessa in fretta un'osservazione: che il poeta scrivesse questo Canto a Napoli ne la primavera del 1834 è certo, anche per quell'accenno al mare de l'ultimo verso; da le frasi bella non solo ancor, ma bella tanto al parer mio, che tutte l'altre avanzi, è chiaro che il poeta aveva riveduto e da poco la donna cara; come rivide la Targioni, se non uscì più di Napoli e, a quanto si sa, a Napoli ella non andò?
Il poeta, conosciute le arti e le frodi de l'amata da la dolce somiglianza di lei con l'ideale ch'egli s'era formato, fu indotto a tollerare un servaggio lungo ed aspro; ora ella si vanti d'aver posseduto il cuore di lui, d'averlo visto supplichevole, timido, tremante, privo di sè stesso, spiare sommessamente ogni voglia, ogni parola, ogni atto di lei, impallidire a' suoi superbi fastidi, brillare in volto ad un segno cortese, cambiare colore e sembiante ad ogni suo sguardo; l'incanto è caduto ed egli contento abbraccia senno con libertà, nè si duole d'aver amato poichè senza errori gentili la vita è una notte invernale senza stelle. Ma un infinito sdegnoso dolore senza conforto gl'inspira gli ultimi versi del Canto.
Il suo eccelso ideale de la donna rimane così oscurato da l'imagine di una donna reale, per la quale con l'amore venne meno in lui anche la stima, e quell'impressione dolorosa e cupa non può più cancellarsi da l'animo suo. Nei Pensieri (XXXIV) dirà che i giovani credono di rendersi amabili fingendosi malinconici e che la malinconia quando è finta può per breve spazio piacere, massime a le donne; ma che a lungo andare non piace che l'allegria, perchè il mondo ama non di piangere, ma di ridere; tacciando così, come nota il Castagnola, di crudeltà e di egoismo l'umanità, e, aggiungo, le donne in particolare, di cui ha soprattutto parlato. Altrove affermerà come le donne quasi tutte si cattivano e si conservano con la noncuranza e col disprezzo, col fingere di non curarle e non stimarle; e troverà la vita piena di genti che «mirate non mirano, che salutate non rispondono, che seguitate fuggono, che, voltando loro le spalle, o torcendo il viso, si volgono, e s'inchinano, e corrono dietro ad altrui.»[90] Dirà ancora che la donna è come una figura del mondo, del quale è propria generalmente la debolezza; che l'una come l'altro si acquista con ardire misto di dolcezza, con tollerare le ripulse, con perseverare fermamente senza vergogna;[91] e scriverà: «Colle donne e con gli uomini riesce sempre a nulla, o certo è malissimo fortunato, chi li ama d'amore non finto e non tepido, e chi antepone gli interessi loro ai propri. E il mondo è, come le donne, di chi lo seduce, gode di lui, e lo calpesta.»[92]
Forse ne gli ultimi anni la fedelissima amicizia de la Tommasini, le tenere e devote cure de la Ranieri e la vera calma succeduta ne l'animo suo, quando fu in tutto e veramente acquietata la passione per Aspasia, modificarono questo suo pessimismo verso la donna, come parrebbe attestarlo la Canzone Sopra un bassorilievo antico sepolcrale dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi, e in parte anche quella Sopra il ritratto d'una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima. Ne la prima forse il poeta ripensa a Silvia, a Nerina, morte anch'esse giovani e belle e, pur quasi convinto che la sepolta debba dirsi beata, sospira pensando al destino, chè ai più costanti un'alta pietà invade il petto nel veder perire una fanciulla, quando la regina bellezza si dispiega ne le sue membra e nel suo volto, il mondo le si inchina, la speranza le fiorisce ne l'anima. Ripensa al dolore de gli abbandonati che, perdendo la diletta persona, rimangono quasi scemi di sè stessi, e chiede a la natura come possa strappare l'amico a l'amico, il fratello al fratello, i figli al padre, a l'amante l'amore. Una dolorosa meraviglia e non già un egoistico compiacimento di veder distrutta una femminile bellezza, mentre la bellezza femminile l'aveva fatto tanto soffrire, è nel Canto Sopra il ritratto d'una bella donna; l'antitesi fra la figura de la vivente, dal dolce sguardo, dal labbro da cui par traboccare il piacere come da un'urna piena, da l'amorosa mano, dal seno che faceva impallidire la gente; e la morta ridotta a fango ed ossa, è terribile non meno pel poeta che pel lettore. In lui non è alcun misero e volgare sentimento di basso e vendicativo piacere; non è uno stecchettiano Canto de l'odio questo, è la meditazione austera e tragica del misterio eterno dell'esser nostro. Il disdegno è tutto rivolto a la natura e lo spirito è assorto ne l'eterno problema: se non siamo che polvere ed ombra come in noi così alti sentimenti? Se anche in parte v'è in noi qualche cosa di gentile, come i nostri moti e pensieri più degni son desti e spenti così facilmente da così basse cagioni?