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Nessuna prova ci resta dei sentimenti che Giacomo Leopardi provò per Paolina Ranieri, confortatrice de gli ultimi suoi anni, solo sappiamo ch'egli la paragonava a la propria sorella e che faceva gran caso perfino del nome di lei: sì che non è troppo ardito il supporre che qualche luce di speranza e di tenerezza gli venisse da quella compagnia gentile e temperasse la desolazione de l'animo suo, il quale aveva visto svanire i più cari sogni nel nulla eterno e ne l'immensa vanità d'ogni cosa umana.

Tutta la sua vita passò in un inesaudito desiderio d'amore, e quasi mai egli potè avere nè pur l'illusione d'essere riamato: benchè tante altre cagioni di soffrire gli avessero dato la natura e la sorte, questa fu la più tremenda. Ardeva di trovar una donna che lo amasse e non credeva di poterla trovare; conscio con nobile orgoglio de la nobiltà de l'animo suo e de l'elevatezza del suo ingegno, conscio che questi sono i più alti doni che natura possa fare ad un uomo, non sapeva tuttavia persuadersi che bastassero a compensare a gli occhi di una donna la sua disavvenenza. E, desolatamente afflitto di questa, perchè la vedeva opporsi, come insuperabile ostacolo, fra l'anima sua e l'amore, sentiva la donna lontana, irraggiungibile, eterea. Così ad un periodo di entusiasmo e di ebbrezza, ne succedeva uno di stanca desolazione, in cui gli mancavano i dolci affanni e persino il dolore; ma, piangendo la vita fatta per lui esanime, sentiva ancora che il suo cuore era vivo. Poi anche quest'ultimo sentimento si spegneva; quasi insensato, attonito egli non domandava più conforto; le eloquenti voci de la natura eran mute per lui, lo sguardo d'una donna, la mano offertagli, candida ignuda mano, non lo scuotevano dal duro sopore: pure il suo cuore si risvegliava: quel Risorgimento, ch'egli cantò con tanta dolcezza, non fu l'unico de la sua vita: da la grave immemore quiete, somigliante a la morte, l'animo suo, riscosso d'improvviso, ritrovava tutte le sue illusioni, tutto il suo dolore; senza speranza e senza fede, conscio che l'idolo suo più caro non aveva amore ne le pupille tremule, nel raggio sovrumano de gli occhi, nel bianco petto, ritrovava tuttavia i cari inganni e l'ardore natio.

Egli sempre adorò, quasi misticamente, la bellezza, nè v'ha bisogno di commento a spiegare come e perchè tanto gli piacessero i versi di Lodovico Martelli In lode delle donne (secolo XVI), e questi specialmente ch'egli dovette ripetere ben amaramente fra sè:

Scevra da l'altre una virtù si prezza;

Ma chi piacque già mai senza bellezza?

Più ancora che entusiasta de la bellezza fu avido di tutti i grandi sentimenti e anelante ad ogni azione magnanima; giovane, si sentiva nato non per scrivere ma per operare, e sognava grandi cose, vedendo il suo avvenire come un magnifico campo di gioia e di gloria aperto a l'altera anima sua. L'azione gli fu contesa presto e per sempre, e non gli rimase che contemplare, silenzioso e triste, le stupende visioni de la sua mente; ma una speranza era radicata troppo profondamente nel suo intimo, perch'egli potesse sì tosto rinnegarla e, quantunque senza convinzione, egli pensava che una gioia, una gloria, una divina ebbrezza potesse ancora sorridergli, la pietosa affezione d'una donna. Fu questa l'ultima a dileguarsi fra le sue illusioni; ma, quando essa sparve, tutto gli sembrò menzogna e bassezza; in che cosa poteva egli più credere o sperare, se la donna ch'era stata per lui una religione, gli si rivelava un essere debole, fallace? Il suo fu il destino dei grandi infelici, vivere solo; e l'anima sempre giovane, fiera e pura, disperando di tutto, maledisse la vita e gettò a l'umanità il suo grido di dolore.

Malgrado il pessimismo, ne l'insieme de l'opera leopardiana la donna appare in nobiltà e purezza di linee, quale forse non fu da nessun altro poeta cantata. Per questo e per le sventure sue il Leopardi conquista, insieme a la simpatia dei giovani, quella de le donne. È noto con quanta venerazione parlò di lui la Caterina Franceschi Ferrucci[93], ch'egli teneva in grande stima. Bello è il Canto che nel giugno del 1838 dedicava al morto poeta la Maria Giuseppa Guacci Nobile[94], salutando in lui il fedele che ebbe a prua de la sua nave virtù candidissima, la quale lo scorse ove non sono confini; il fedele che ne l'ultima ora sua non fu flagellato da rimorsi, non vide la giustizia farsi velo a gli occhi divini, non balbettò una prece simulata con gli avidi pensieri chini in terra e di cui la parola estrema fu: amore.

Anche la gentil poetessa Giannina Milli, inspirandosi specialmente a l'affetto religioso, cantava degnamente del Leopardi:

. . . . Dio sì eccelsa e schiva alma ti diede,