Così sempre deserto e mai compreso,

Chiedesti al verso una vendetta amara,

Di cui l'amaro peso

Sente ogni donna che il tuo verso impara.[96]

E in nome di tutte le donne chiedeva perdono al poeta. Non imprecava a' suoi affanni e ne l'angoscia stessa che gli pungeva il cuore al pensiero del nulla, vedeva un arcano desiderio, una promessa:

Che col nostro morir tutto non muore.

***

Giacomo Leopardi morì senz'aver veduto nè pure un'unica volta avverarsi il suo più caro voto; egli non fu amato. E niuno al par di lui sentì mai come una parola, una semplice parola di donna, può far bene a lo spirito, ridargli il coraggio, il nobile orgoglio di sè, riaprirgli l'avvenire. Si direbbe che parli di lui il Michelet quando scrive: «Je voyais un jour un enfant sombre et chétif, d'aspect timide, sournois, misérable. Pourtant il avait une flamme. Sa mère, qui était fort dure, me dit: On ne sait ce qu'il a. Et moi je le sais, madame. C'est qu'on ne l'a baisé jamais.»

Ma se non risvegliò in alcuna la passione che ardeva in lui, dal reale affetto di molte donne gentili e da la potenza de la sua fantasia gli vennero le più care gioie de l'amore. «Amare... non è ricevere, è dare,» scrisse il Pailleron con molta verità; tutte le buone fortune amorose di molti e molti non valgono un'ora del profondo sentimento che di Giacomo Leopardi fece un poeta; la sua opera appartiene a la ristretta cerchia di quelle che non invecchiano, non decadono per quanto volgano diversi i tempi, i costumi e le civiltà. Bella e degna d'ammirazione la sua parola di pensatore; ma immortale e degna di commuovere tutti i cuori finchè l'amore e il dolore li scuota quella del poeta; muti il mondo, l'anima umana non muterà, e nei canti di Giacomo Leopardi v'è un'anima, un'anima di Titano, di Prometeo, martire su la sua roccia, straziato ne le intime viscere e pur forte ancora, con la fronte orgogliosa rivolta a le stelle, con un inno d'amore su le pallide labbra, mentre dal petto aperto scorre il suo caldo sangue. Quel timido taciturno, già uomo a dieci anni, fanciullo ancora a trentanove, sentiva tragicamente la sua forza e la sua sventura; fra tanti uomini fortunati egli, infelice, aveva coscienza di essere il più vero uomo, e, pur vinto da la natura e da la sorte, trionfò col suo canto, che tramanda a le età venture qualche cosa de l'animo suo ed è una voce de l'armonia, vibrante in silenzio in tanti cuori, ma in cui tutti, ascoltandola, si sentono vivere e palpitare. La divina scintilla ch'egli rapì a gli eterni non si spense, nè pur quando su quegli azzurri occhi la morte stese il suo velo: il sacro fuoco è serbato a gli uomini ne le pagine rese sacre da l'arte, dal genio e da la sventura.

NOTE.