La sera essi ripartivano per Roma, e Giorgio e la cameriera, che li seguivano in un compartimento di prima classe, ridevano delle continue liti dei loro padroni. Carolina, che era una grassa romana dalla bocca sempre atteggiata al sorriso, e canzonava volentieri la sua padrona, compiangeva i viaggiatori, che erano accanto a quella tenera coppia nella carrozza Pulmann.
—Scommetterei che non possono dormire; la signora ha il diavolo addosso!
—E al principe dà di volta il cervello,—rispondeva il cameriere.
Donna Camilla peraltro durante il viaggio non potè sfogare la sua bile con parole, perchè don Pio dormì fino a Firenze. Prima di partire aveva preso una forte dose di cloralio, che gli aveva procurato un sonno pesante e angoscioso. A Firenze era sceso per far colazione, e al Buffet aveva incontrato il principe don Tommasino Lavriani, amico e collega alla Camera, che tornava a Roma da un viaggio a Londra. Don Pio considerò quell'incontro una vera fortuna e invitò il Lavriani a salire nella stessa carrozza che egli occupava.
Parlarono di cavalli, di corse, di politica, e donna Camilla ascoltava senza prender parte al discorso. Ella non aveva altro che un pensiero, e in quel pensiero cercava conforto.
—Non l'ha veduta e torna a Roma!—ripeteva a sè stessa di continuo.
La duchessa Teresa fece le meraviglie vedendo la nuora e il figlio tornare insieme, mentre erano partiti per diversa destinazione.
—Sono andata a raggiungerlo; temeva che stesse male,—disse donna Camilla alla suocera.
Ma la duchessa non tardò a sapere dalla sua cameriera, cui lo avevano raccontato Giorgio e la cameriera della principessa, la gita a Venezia, l'inseguimento e il ritorno precipitoso, e quel fatto le rese anche più antipatica la nuora.
—Perchè, perchè non lo lascia in pace!—diceva ai suoi amici fidati con i quali si confidava.—Lo tormenta tanto che lo riduce vecchio e nullo.