Don Pio aveva sentito il battibecco fra la moglie e il pittore, e non s'era mosso; egli lasciava che gli avvenimenti si compissero senza far nulla per trattenerli o impedirli. Era una fatalità e dinanzi a quella dea inventata dagli spiriti inerti, egli chinava la testa.
Verso il mezzogiorno si alzò e andando in salotto trovò la colazione pronta. Donna Camilla posò la coperta e prese posto di fronte a lui senza parlare. Quando i camerieri si furono ritirati, la principessa, sorseggiando il caffè, narrava al marito, in tono sarcastico, il colloquio col Rossetti.
—Era molto impensierito per il vaporino, quel poveruomo; si vede che l'interesse è il movente della sua vita. E come favoriva volentieri la tua riunione con la figliuola, come cercava di compiacerti! Chissà mai quali ricompense sperava!—aggiungeva ella con un sorriso perfido sulle labbra scolorate.
—Che anima bassa!—esclamò don Pio guardando fisso la principessa e strisciando le parole, quasi si compiacesse a sferzarla più lungamente con quell'insulto. Poi accese un sigaro e non disse altro.
Egli lasciò che la principessa ordinasse a Giorgio di fare i bauli senza opporsi e che stabilisse la partenza per la sera stessa.
—Occorrerà ordinare una cassetta per trasportare il quadro?—domandò Giorgio approfittando di un momento in cui il principe era solo.
—Non importa, lo riporterete a chi lo ha mandato,—e tracciò poche righe per il Rossetti sopra una carta da visita nelle quali diceva che non voleva privarlo di un ricordo di famiglia, e per questo glielo rimandava ringraziandolo.
—Che cosa hai scritto a quel tenero padre?—domandò la principessa entrando in salotto e vedendo che Giorgio portava via il quadro e una lettera.
—Che tormento che sei, Camilla!—disse il principe fissandola ancora per farle leggere nell'occhio la conferma di quelle parole.
Ormai il principe e la principessa non si usavano più riguardi di sorta; appena aprivano bocca la parola amara correva loro alle labbra, e la lasciavano uscire senza ritegno.