Ubaldo cadeva dalle nuvole e assicurava a tutti che il principe non era guarito, tutt'altro che guarito, e che il suo cervello dava gravi apprensioni.

Ora non stava più rinchiuso in camera di continuo, perchè il desiderio di sfuggire donna Camilla era il più forte che egli provasse, ma portava la sua indifferenza, la sua apatia, alla Camera, al Club della Caccia, negli uffici della Stampa ovunque lo conduceva l'abitudine, e la sua faccia emaciata, tutta la sua persona infloscita, cadente, erano guardate con la stessa cinica compassione con cui si guardava quell'ammasso di macerie annerite che occupavano il posto dove l'elegante teatro sorgeva un tempo: e della prossima fine del principe della Marsiliana si parlava da tutti, come si parlava della imminente, irreparabile rovina del patrimonio Urbani.

Ubaldo e il Rosati prepararono d'accordo il campo per l'elezione di don Pio, e senza che egli avesse nessun fastidio si vide eletto a grande maggioranza. Essi avevano rimesso avanti l'idea della ferrovia in Trastevere, e nonostante che le costruzioni rimaste a mezzo, l'abbandono desolante in cui erano lasciate le vaste estensioni di terreno fuori di Porta Portese, dicessero che quell'idea era abortita, pure gl'illusi, quelli che hanno sempre bisogno di una divinità da adorare, e che, abbandonata la religione, non possono più accendere il lume alla Madonna e mettono sull'altare del patriottismo un candidato da strapazzo, quella schiatta di adoratori cantarono con voce altissima le laudi dell'operoso principe della Marsiliana. Essi lo dipinsero ai loro amici come un modello di signore democratico, amico del popolo, intelligente a segno tale da capire i bisogni degli operai, buono tanto da desiderare di migliorarne le sorti. Così in virtù della campagna che La Stampa faceva contro il candidato dal Governo, competitore del principe, e molto in virtù del sor Domenico e degli amici di lui, che avevano tanto predicato in favore di quel loro apostolo della redenzione del popolo, don Pio ebbe una grande quantità di voti.

Ma non vi furono feste nè pranzi al palazzo Urbani per quel fatto; non volarono, come la prima volta, i tappi delle bottiglie di champagne.

—Perchè questa musica?—domandò la principessa udendo a un tratto durante il pranzo, sonare l'inno di Garibaldi nel cortile del palazzo.

—Mi hanno rieletto,—disse don Pio continuando sbadatamente a mangiare.

—Ma tu rinunzi, non è vero?—chiese donna Camilla.

—Non credo: che noia mi dà l'esser deputato?

—Rompi ogni legame con la tua vita di questi ultimi tempi, ritorna a fare il signore; rinuncia a quel recente passato, fallo dimenticare. Le tradizioni di casta e di famiglia s'impongono; rispettale.

—Lascialo in pace, Camilla,—disse la duchessa afferrando l'occasione per contraddirla.—Egli sa meglio di te quello che deve fare. Del suo nome egli solo è custode.