—Ve lo dicevo che non c'era altri che lui, che il voto era ben dato?—ripeteva egli a quanti gli parlavano della stazione in Trastevere.—Bella mente, idee larghe, idee nuove e un cuore d'oro.

In quel tempo don Pio era assalito dalle domande dell'on. Serminelli, il quale voleva gli svolgesse meglio l'idea cui aveva accennato. Don Pio, non sapendo che cosa rispondere, guardava Caruso, ma questi aveva attaccato discorso con un popolano, che aveva accanto, e fingeva di non badare a lui.

—Ma è una sorpresa che ci avete fatta,—diceva l'onorevole il quale aveva nel principe uno dei più validi elettori, poichè don Pio era un grande proprietario di terreni sul Fucino.

Don Pio esitò a rispondere, ma finalmente, accettando la situazione tal quale avevala creata Caruso, disse:

—Ci voleva la bomba, ci voleva, non vi pare?

Caruso intanto, con le orecchie tese, non perdeva una parola di quanto diceva il principe della Marsiliana e gongolava lasciando pendere il labbro inferiore, e ponendosi i pollici nei taschini della sottoveste con un fare di grasso beato.

Tutti erano contenti, tutti, anche il sor Domenico, il quale andava ripetendo fra i suoni stanchi della musica che l'elezione era assicurata, tutti, meno Fabio Rosati, il quale provava pel Caruso un senso di repulsione e nella sua onestà si meravigliava che il principe tacesse, che il principe tollerasse quello che a lui pareva un insulto.

Ma come avviene spesso, invece di togliere a don Pio la grande stima che gli tributava da lungo tempo, da quando si era mostrato verso di lui affabile e cortese e lo aveva trattato molto diversamente da quel che non sogliano i signori del patriziato romano con i cittadini, nei quali credono di veder sempre dei clienti, Fabio se la prendeva con Caruso e sentiva accrescere immensamente la repulsione che quell'uomo già inspiravagli. Con un colpo d'occhio capiva l'influenza che quell'intruso dall'aspetto volgare avrebbe presa sul principe e gli doleva che per essere eletto dovesse sottoporsi a quel giogo.

Le voci avvinazzate formavano un frastuono tremendo nella sala bassa e sotto il pergolato; un odore nauseabondo di vino versato, di pietanze, di cattivi sigari, di gente sudicia, riempiva l'aria, e don Pio incominciava a sentirsi a disagio in quel luogo ed era stanco e nauseato. Per questo, fatto un cenno al Rosati, si alzò e, accompagnato dal sor Domenico, dalla sora Lalla e dall'onor. Serminelli, dal Caruso e dal Massa, traversò la sala dove echeggiarono della grida stanche e rauche di "Evviva il nostro candidato" e accommiatatosi da tutti salì in phaéton, prese le briglie di mano al cocchiere e, invitato il Rosati a sedersi accanto a lui, toccò con la punta della frusta i cavalli, che partirono al trotto.

Durante il breve tragitto, Fabio fu più volte sul punto di dire al principe quanto lo affliggeva di vederlo nelle mani di un volgare imbroglione, di narrargli che Caruso aveva servito un po' tutti i partiti con la penna, una penna che non sapeva intingere altro che nella bile, e che ora non avendo più nessuno si attaccava a lui come alla tavola di salvezza. Voleva narrargli che era diffamato come uomo per avere abbandonato a Milano la moglie e un figlio senza pane; che era diffamato come giuocatore, per essere stato scoperto con le carte segnate in mano, era diffamato come giornalista per non essersi mai addimostrato fedele a nessuno, servendo meglio chi meglio lo pagava. Ma tutte queste rivelazioni, che salivano a Fabio dal cuore alla bocca, egli non aveva coraggio di farle a una persona che incutevagli tanto rispetto quanto il principe della Marsiliana. Fabio Rosati era troppo romanamente educato per trovare in sè tanta audacia, poichè quelle rivelazioni naturalmente contenevano un biasimo per don Pio, il quale, invece di rinnegare qualsiasi connivenza col Caruso, aveva permesso che mentisse sfacciatamente.