Don Pio pure, nonostante l'impassibilità della fisonomia, si sentiva a disagio rispetto al Rosati, e dispiacevagli di aver perduta la sua stima in un momento in cui aveva bisogno della fede illimitata del giovane per riuscire nell'intento. Per non abbordare l'argomento spiacevole, don Pio non disse parola durante il tragitto, e soltanto giungendo al palazzo invitò a mezza bocca il Rosati a salire.
—Grazie, è tardi e ho da fare,—rispose l'altro, che in condizioni diverse sarebbe stato lietissimo di quell'invito.
Essi si separarono freddamente, e Fabio, triste come chi non ha veri ideali e vede crollare la fede che ha riposta in un individuo, più per la sua posizione che per il valore personale, si diede a percorrere lentamente il Corso, deserto in quell'ora tarda. Egli aveva sognato di adoprarsi tanto e poi tanto per la elezione del principe di Marsiliana da meritare la gratitudine di lui, da diventare per l'avvenire l'ad latus del principe, la persona indispensabile, e quando si vedeva dischiusa già la casa Urbani, ecco che un altro, un intruso, entrava con un salto nella posizione da lui faticosamente conquistata, e la faceva sua.
II.
Fabio Rosati era un giovane intelligente, il quale sentiva che il bagaglio di cognizioni di cui si era munito negli anni in cui un uomo deve prepararsi alla vita, era troppo leggiero, troppo meschino per permettergli di andar oltre nel mondo. Dotato, come quasi tutti i romani, di quella preziosa qualità che si chiama il senso pratico, egli sperava di farsi strada lo stesso mercè la protezione, l'aiuto di persone altolocate, e, non sentendosi forza sufficiente per vivere di vita propria, voleva porsi nell'orbita di qualche pianeta per fare in quella la parte di satellite.
A don Pio, carattere chiuso e piuttosto diffidente, egli aveva sentito d'ispirare una certa simpatia, che aveva coltivato con ogni mezzo. Valendosi delle conoscenze che aveva nelle redazioni dei giornali egli afferrava ogni occasione per far citare il principe della Marsiliana; ora per vantare l'eleganza di un attacco alle corse delle Capannelle; ora per descrivere un ballo al quale non era invitato; ora per annunziare la partenza per un viaggio, e spesso egli stesso spingeva don Pio a fare un dono a un asilo, a compiere un atto benefico qualsiasi per avere mezzo di lodarne l'animo generoso. Lentamente egli aveva assuefatti, prima i giornalisti e poi il pubblico a quel nome che ora figurava spessissimo nelle cronache e così aveva preparato il campo alla elezione politica di don Pio, dopo aver cooperato a quella di presidente del Circolo dei Cittadini e di consigliere comunale.
Giunto al caffè Aragno, Fabio cercò subito con l'occhio i conoscenti con i quali soleva passare la serata, per narrar loro la cena elettorale da "Muzio Scevola". Scorse in mezzo ad essi Caruso, che con il solito aspetto di satiro sonnecchiante, parlava senza scomporsi e facevasi ascoltare. Fabio non seppe allora reprimere un moto di dispetto e stava per uscire senza accostarsi a nessuno, quando il Peronelli, redattore del Fieramosca, e il Sorani, corrispondente della Gazzetta Milanese, due giornalisti con i quali stava di consueto, gli fecero cenno di rimanere.
—Dunque è andato tutto bene?—domandava il Sorani a Fabio.—Ti aspettavo per telegrafare; completa tu i particolari che mi ha dato Caruso; è bene che di questa elezione si parli in provincia: l'idea del principe della Marsiliana è splendida.
—Io conto di fare nel Fieramosca un capo cronaca dell'avvenimento di stasera,—diceva il Peronelli, fumando lentamente la sigaretta e sorbendo il cognac a centellini.—Hai visto, Rosati, se c'erano giornalisti alla cena? Vorrei essere il primo a descrivere questo curioso fatto, perchè, a dirla fra noi, è troppo bello che un principe del Sacro Romano Impero, un grande di Spagna, vada da Muzio Scevola!