Don Pio lo lesse e poi, restituendolo al Rosati, disse tranquillamente:

—Quando si entra nella vita pubblica, dobbiamo attenderci agli attacchi. Questa asserzione che io non sia capace di svolgere l'idea della stazione in Trastevere, è una asserzione stupida, un mezzo per gettare la sfiducia fra i miei elettori; ma glielo farò veder io se sono capace; glielo farò vedere a questo stupido scribacchino del Fieramosca,—continuava don Pio, cercando in altri giornali se si parlava della sua candidatura.

Fabio non aveva parole; a momenti pensava che Caruso si fosse vantato affermando la paternità di quella idea; ma poi, ripensando a tanti particolari della sera prima, il dubbio svanivagli dalla mente e vi penetrava la sconfortante supposizione che il principe mentisse, mentisse anche davanti a lui, e questa supposizione gli agghiacciava il sangue nelle vene.

Quella benevolenza dimostratagli da don Pio in tante occasioni lo aveva legato a lui con vincoli saldissimi, gli aveva fatto nascere nell'animo una specie di culto per quel patrizio così diverso dagli altri nel modo di trattarlo, e ora che lo vedeva precipitare dall'altare su cui avevalo posto, provava un vero dolore. La serenità non svaniva dal volto di Fabio, ma le sue labbra carnose, non ombreggiate dai baffi, si scoloravano a vista d'occhio.

Don Pio continuava a guardare i giornali e a fare brevi e dispettose osservazioni.

—Questo giornale sostiene la mia candidatura perchè sono caratista; questo perchè il direttore mi deve cinquemila lire; quest'altro perchè sono consigliere della Banca Romana; tutto interesse, nient'altro che interesse!—continuava a dire sorridendo amaramente.—Se non fosse così, tutti mi lapiderebbero, tutti. Ma sarò eletto?—domandò dopo una breve pausa a Fabio, che, ritto dinanzi a una mensola, osservava i ninnoli che vi erano posati sopra.

—Lo spero,—rispose Fabio.

—Ma nulla di positivo mi può dire?

—Io ho ragione di sperarlo,—disse Fabio sorridendo.—Io ho preparato il terreno, a lei sta il lavorarlo.

Il principe fece una mossa d'impazienza; egli era assuefatto dalla madre e da quanti lo circondavano a non conoscere l'impossibile, a credere che con i denari e con un grande nome si giunga a tutto, e il linguaggio che tenevagli Fabio non era fatto per il suo orecchio. Per altro, piegato fino dall'infanzia a non mostrare quello che provava, sorrideva al Rosati e gli diceva di spender pure, di non lesinare sulla pubblicità, di promettere mari e monti, pur di ottener voti; ma mentre parlava, involontariamente lo spingeva verso la porta, come se volesse liberarsi di lui. Fabio, a un certo punto, si accorse del desiderio del principe e si congedò. In quel momento acquistò la certezza che don Pio attendeva Caruso. Egli percorreva a testa bassa la galleria, quando un servitore si staccò da un sedile addossato al muro e fattosi avanti gli disse che la duchessa madre desiderava parlargli.