Quella risoluzione del marito cagionò a Maria un vivo dolore. Ella non era mai uscita da Venezia, non aveva mai lasciato passare un giorno senza andare a casa dei suoi, e ora doveva abbandonare la città, che era il suo mondo, la famiglia che adorava. Nonostante, non importunò Ubaldo con i suoi rammarichi e le sue lagrime. Ella ubbidì senza lamentarsi, poichè l'ubbidienza era la sua virtù, e poichè credeva che la moglie non dovesse avere altra volontà che quella del marito.

A Milano, Ubaldo prese un bel quartiere in via Brera, lo ammobiliò con eleganza, volle che la moglie si vestisse bene, e per i primi tempi non fece altro che le corrispondenze per Il Tempo di Venezia. Questa sua qualità di corrispondente lo mise in rapporto con molti giornalisti; si seppe presto che aveva un piccolo patrimonio e una bellissima moglie, e la sua casa divenne un punto di ritrovo. Tutti gli facevano delle cortesie, era invitato, aveva continuamente palchi per i teatri ed ebbe anche l'offerta di entrare nella redazione della Gazzetta di Lombardia, giornale pettegolo che basava la sua diffusione sullo scandalo, ma che non viveva floridamente e cercava sempre il mezzo per tirare avanti un altro trimestre. Ubaldo Caruso accettò l'offerta e fu ben lieto di poter scrivere di politica e di non sentirsi più chiamare cronista. Però ebbe a pagare a caro prezzo quella soddisfazione. Nei giorni di bisogno il direttore della Gazzetta ricorreva a lui, gli faceva credere che presto gli avrebbe potuto restituire la somma che gli chiedeva, portando a termine questa o quella combinazione finanziaria, e Ubaldo dava senza lesinare, cullandosi nella speranza che alla fine il giornale gli sarebbe rimasto. E su quella speranza basava tutti i calcoli per l'avvenire, si vedeva diventato di punto in bianco un uomo influente, un uomo che i ministri dovevano trattare da pari a pari, che dirigeva l'opinione pubblica, aveva influenza sulle elezioni e poteva aspirare a tutto.

Un giorno la Gazzetta di Lombardia, gli rimase infatti, perchè il direttore non sapeva come tirare più avanti e non poteva rendere al Caruso le somme prese in prestito da lui.

Quel giorno per Ubaldo fu un giorno di gioia, seguito da molti di grande amarezza. Egli tenne gli antichi redattori per avere il piacere di farla da direttore e proprietario con quelli che erano stati suoi colleghi, e dette al giornale un carattere di opposizione al governo, al municipio, alle autorità, sperando di farsi ascoltare, e, sonando sempre a vituperio, di reclutare lettori in tutta la grande falange dei malcontenti.

Ma questo calcolo, che è giusto quando un giornale si appoggia a un partito, e ha molti mezzi per parare i colpi che gli vengono dal governo e dal suoi sostenitori, è sbagliato quando un giornale non ha base politica, non è sostenuto da nessuno, è povero e chi lo dirige non conosce l'arte del ricatto che sfugge all'azione del Codice penale.

Le poche migliaia di lire che restavano ad Ubaldo furono inghiottite in breve tempo dalle spese quotidiane, dai processi per diffamazione, da tutto quel patrimonio di passività che il vecchio direttore aveva lasciato come sola eredità al nuovo.

Ubaldo, non sapendo come rimediare, si dette a giocare alla Borsa; ebbe da principio la disgrazia di vincere, giocò allora con più ardore, perdè, perdè sempre, perdè tanto che a una liquidazione a fine mese non potè pagare le differenze e fu affisso alla Borsa. Senza credito, senza mezzi, senza il giornale, non sapendo a qual partito appigliarsi, fece le valigie e andò in Svizzera lasciando a Milano la moglie e il bambino, che eragli nato da poco più di un anno.

La dolce creatura, che aveva sopportato così serenamente la miseria nella casa paterna, non ebbe una parola di rimprovero nè un pensiero di biasimo per il marito che l'abbandonava. Lasciò che i creditori prendessero tutto ciò che vi era in casa, e si ridusse a vivere in una modesta cameruccia, benedicendo l'uomo che per cinque anni le aveva procurato una esistenza comoda e avevale fatto conoscere i piaceri della vita.

Prima di dar fondo alle poche centinaia di lire che ella economizzando aveva messe da parte, cercò una occupazione. Sapeva dipingere i fiori ed ebbe lavoro da una fabbrica di terraglie. Ma una bella donna come Maria, che per qualche tempo tutti avevano veduta alle prime rappresentazioni ai teatri, alle inaugurazioni e a ogni festa ove il giornalismo è invitato, non sparisce senza che qualcuno non s'informi di lei, non sparisce senza essere rimpianta. Molti amici del marito la cercarono, seppero dove stava, che vita sacrificata ella faceva e vollero aiutarla e consolarla, ma ella onesta com'era, respinse sdegnosamente tutte le offerte, cercò di sottrarsi a ogni persecuzione e lavorò sperando in giorni migliori.

Ubaldo, dopo aver passato alcuni mesi molto travagliati in Isvizzera, ottenne da certi parenti ricchi, che aveva a Livorno, i mezzi per andare a Parigi sperando di divenire colà il corrispondente di qualche giornale italiano, e dopo lungo attendere vi riuscì mercè la sua pertinacia. Ma appena ottenuta quella occupazione egli si lasciò trascinare a far vita dispendiosa, giocò, si indebitò di nuovo fino agli occhi e dovette lasciare Parigi, come aveva lasciato Milano, e venne diritto a Roma, dove capita tutta la gente che non sa che cosa fare altrove; venne a Roma senza mezzi, ma ricco di esperienza acquistata, e ricominciò la vita del corrispondente.