Non era un bello scrittore, ma l'amarezza, il fiele che lo rodevano, lo spingevano a raccogliere tutte le voci che potevano recar disdoro a qualche personalità spiccata, a macchiare qualunque individuo o istituzione. Egli fu presto conosciuto nei ritrovi serali dei corrispondenti al telegrafo; le sue corrispondenze furono lette, ebbe dei duelli con esito favorevole per lui, e fu temuto e guardato dai compagni come un flagello, del quale sarebbe stato opportuno di liberarsi, senza saper come.
I modesti guadagni che faceva non bastavano ad appagare le sue abitudini costose e così cercò di mischiarsi in qualche affare, fece acquistare dei terreni, ma ancora non era pago e cercava, cercava sempre il mezzo di far fortuna, quando credè di averlo trovato la sera della cena elettorale di don Pio. Capì che nel principe l'ingegno era molto inferiore all'ambizione, e che le forze non gli sarebbero bastate per farsi eleggere e poi per sostenere da solo il mandato, e sognò di rendersi indispensabile a lui, di essere la sua mente, l'anima di quell'uomo, che parevagli soltanto un fantoccio animato dalla vanità. Fabio lo aiutò mirabilmente proponendo l'acquisto del giornale.
In quei due anni Ubaldo si era poco rammentato della moglie. Egli sapeva che la povera donna lo avrebbe amato sempre e che la sua onestà l'avrebbe protetta da qualsiasi pericolo. Qualche volta a Parigi uscendo la mattina da una casa di giuoco dopo aver guadagnato alcuni rotoli di monete d'oro, era andato al telegrafo e aveva mandato alla moglie qualche centinaio di lire. In quell'ora triste gli pareva di vedere la sua bella Maria intenta a dipingere terraglie, stanca, assonnata, e quella visione non gli dava tregua finchè il telegramma non era partito; poi non pensava più a lei, afferrato di nuovo nell'ingranaggio delle preoccupazioni incessanti.
Ora l'aveva ritrovata sempre bella e serena, senza che dalla bocca di lei fosse uscita una parola di rammarico per quei due anni di abbandono. E appunto quella dolcezza di cui ella dava prova aveva intenerito il cuore cinico del marito, che, rivedendola, se ne era incapricciato come prima di sposarla. Ma ora ella non ispiravagli soltanto un rinnovamento di desiderio; gl'incuteva anche rispetto, rispetto per la sua onestà e per il suo dolce animo femminile, ed egli la circondava di un culto, credeva in lei come si crede in una idea incarnata in una persona.
Egli non volle in quel momento di confusione prolungare l'impaccio di Maria e prese il cappello per uscire insieme con lei, quando donna Teresa, che aveva osservato a distanza la bella creatura, le si avvicinò e dissele:
—Io non ho il bene di conoscerla, ma dopo i discorsi che ho inteso fare non posso ignorare che ella è la moglie del signor Caruso; perchè invece di toglierci suo marito, non accetta ella pure il nostro invito?
Merla arrossì e alzò i suoi occhioni in faccia al marito.
—Dal momento che la signora duchessa è così cortese di pregarti, accetta pure,—le disse Ubaldo.
In quel momento entrò correndo l'onorevole Carrani, gettò il cappello sopra una sedia e stendendo la mano al principe, esclamò:
—Dunque la posso chiamare collega, dunque abbiamo vinto, vinto, stravinto! Sa che il presidente del Consiglio è su tutte le furie, che ha chiamato il Prefetto e il Questore e li ha rimproverati del loro poco zelo? Ora La Stampa diverrà il primo giornale d'Italia, e l'avvenire è nelle nostre mani.