—Ma lei è un Talleyrand!—esclamò la duchessa che non aveva perduta una parola di quel discorso.
—No, signora duchessa, sono un ambizioso, senza mezzi e senza capacità. Appartengo a una famiglia che si è arrabattata in ogni tempo e in ogni luogo, non per conquistare beni ideali, ma per assicurarsi l'agiatezza, e, come se la disdetta che pesa su questa famiglia volesse esercitare su di me la sua legge di continuità, io sono stato sempre schiacciato dalla mancanza di mezzi, dalla mancanza di coltura, dalla mancanza di energia. Per questo io espongo a loro il mio programma perchè se ne impossessino, perchè lo svolgano, e lo applichino salvandolo dalle mie mani incapaci a tanto lavoro.
Ubaldo continuò:
—Lei, principe, ha i mezzi, ha l'intelligenza e ha l'energia,—disse ninnando la testa con fare cortigianesco dinanzi a don Pio,—lei, onorevole Carrani, ha la forza, la coltura, l'influenza. Io non sono, e non voglio essere altro che lo sbozzatore di una colossale statua moderna, loro sieno gli artefici che danno alla statua l'impronta dell'arte, l'impronta del genio!
Alzò la coppa ricolma di champagne e stese il braccio verso il principe e verso l'onorevole Carrani. Tutt'e due cozzarono il bicchiere e la duchessa accostò pure il suo a quello del signor Caruso e degli altri. Maria, con gli occhi luccicanti dalla gioia esultava vedendo il marito dar prova d'intelligenza, vedendolo ascoltato e apprezzato da gente altolocata. Fabio solo taceva umiliato e il sentimento della sua inferiorità gli metteva nell'animo una grande tristezza. Aveva sognato di essere lo scalino del quale il principe si sarebbe servito per salire, e invece vedeva un altro, più intelligente, più esperto, più abile di lui, chinare la schiena volonterosa e offrire a don Pio il mezzo d'inalzarsi.
Le lodi per il discorso di Ubaldo, per la chiarezza con cui vedeva il lavoro da farsi e il premio da conseguire, non finivano più. Il principe, l'ex-ministro, la duchessa bevvero alla salute di lui, poi alla salute della bella signora Caruso, e rimasero lungamente a parlare dopo aver preso il caffè. Don Pio, ora che la principessa aveva abbandonato il campo, raddoppiava le attenzioni per Maria. Scelse le più belle fra le rose che ornavano la tavola e gliene formò un mazzo, e quando ella disse al marito che era ora di andare a casa, don Pio ordinò che fosse attaccato il coupé, l'accompagnò fino in fondo alle scale, e baciandole la mano con molta galanteria, le domandò il permesso di andarla a visitare.
—Mia cara,—disse Ubaldo a Maria quando furono entrambi seduti nel coupé del principe della Marsiliana,—se non faccio fortuna è perchè sono nato sotto una cattiva stella, o c'è qualche iettatore che mi ha preso di mira.
—Come ti voglio bene!—gli disse la buona donna posandogli la testa sulla spalla e pensando solo al trionfo del marito e non al suo.
Donna Camilla, che vegliava nella sua camera solitaria, che non si coricava mai prima di aver sentito uscire Giorgio dalla stanza di don Pio, attese anche quella sera inutilmente il marito, e divorando senza piangere la rabbia che provava per tutti quei cambiamenti sopravvenuti in casa Urbani negli ultimi giorni, per tutti quegli intrusi che erano entrati nel palazzo, e soprattutto per quella bella creatura che attirava tutta l'attenzione di don Pio e nella quale intuiva una rivale, non potè dormire neppure quando fu sicura che tutti si erano addormentati, e non potè pregare. Ella rimase tutta la notte alzata a pensare all'avvenire che l'attendeva, un avvenire molto più triste del passato, un avvenire di completa solitudine e di tremendo abbandono; e spaventata dal quadro che la sua fantasia le poneva dinanzi agli occhi, ripeteva a sè stessa stringendo i denti:
—Sono una Grimaldi, devo lottare, e per il nome che porto e per la razza che rappresento, e non devo abbandonare il mio posto.