Incoraggiato da quel primo successo, don Pio non sognava altro che speculazioni. Ubaldo gli aveva fatto intendere che Roma doveva prendere maggiore sviluppo edilizio, gli aveva fatto intravedere che a Roma sarebbero accorsi abitanti da tutte le parti d'Italia, e che conveniva preparare abitazioni per questa nuova popolazione. Don Pio non aveva fatto il sordo; aveva comprato ovunque, e specialmente fuori di Porta Portese, dove nel progetto che sostenevano col giornale, avrebbe dovuto sorgere la nuova stazione ferroviaria. E non solo aveva comprato terreni, ma aveva messo mano a costruire diversi villini, dentro un parco cinto di mura, villini che guardavano il Tevere da un lato e avevano allo spalle il Gianicolo. In questo disegno di acquisto di terreni, di costruzione di grandi case operaie, e nello stesso tempo di case signorili, don Pio era sostenuto da Fabio, il quale aveva un fratello ingegnere, giovane senza clienti; egli sperava di poterlo occupare presso il principe.
La duchessa, donna accorta, aveva messo in guardia don Pio contro la febbre di acquisti e di costruzioni che lo aveva invaso, ma il principe era ormai su quella via sulla quale non si ragiona più, dove gli ostacoli non sono visibili per l'occhio che è fisso sull'avvenire, ed è abbagliato dal guadagno che la speranza gli promette. Il patrimonio ereditato dal padre, tutto in vaste tenute nella pianura, in ricchi possessi in Sabina, in Maremma e nell'Umbria, in Abruzzo, in palazzi, in case, non pareva a don Pio che costituisse la ricchezza. Era un patrimonio che non si poteva alienare dall'oggi al domani, di cui godeva soltanto le rendite, ma non era la ricchezza, non i titoli di rendita, i fogli di Banca, i conti correnti negl'istituti di credito, tutto quello che permette a chi ne è possessore di levarsi tutti i capricci, d'ingolfarsi in tutte le speculazioni, di giocare non con l'avversario davanti, ma di giocare sul tappeto verde mondiale della Borsa, dove le poste sono spaventose e le differenze a fine mese possono mettere in mezzo di strada, anche un principe della Marsiliana. Quella era la ricchezza che sognava don Pio, e Ubaldo promettevagli che l'avrebbe acquistata con La Stampa e con la speculazioni edilizie. E l'on. Carrani si guardava bene dal contraddire il giornalista, poichè egli aveva bisogno di un giornale sostenuto da un uomo ricco per ritornare al governo, e voleva tornarci a ogni costo.
I redattori della Stampa, che si consideravano fortunati di aver raddoppiato lo stipendio e di stare in un giornale dove non si sentiva mai parlare di miserie, dove l'amministrazione pareva un piccolo ministero delle finanze, dove nessuno era povero, dal proprietario agli uscieri, e questi avevano modi rispettosi come i domestici delle grandi famiglie, non sarebbero mai andati da don Pio a dirgli che faceva male a spendere, a profonder quattrini nel giornale e nelle speculazioni.
Per Roma si diceva da tutti che don Pio si rovinava se continuava di quel passo, si facevano i conti addosso a lui e al giornale; tutta la città parlava della sua pazzia, ma nessuno osava biasimarlo in faccia e molto meno dargli consigli; questo ardire non lo aveva altro che donna Camilla.
Ella, ogni sera, aspettava il marito alzata, e don Pio se la vedeva comparire in camera quando Giorgio era uscito. Si metteva sulla poltrona accanto al letto di lui e ogni sera facevagli lo stesso fervorino:
—Ti rovini e ti danni con quel giornale. Le mie preghiere non basteranno a salvarti. Pensa al nome che porti, pensa all'anima tua!
Qualche volta don Pio era di buon umore e allora si voltava verso la moglie e la pregava d'imparare a mente un'altra esortazione, ma di cambiare, per carità, di cambiare. Donna Camilla non rispondeva agli scherzi, ma neppure abbandonava la camera prima di aver recitato tutte le preghiere serali per la salvezza dell'anima del marito e avergli toccato la fronte e le labbra con una reliquia della Croce.
In altre sere, quando don Pio era assonnato, stanco o noiato di quella insistenza, rispondeva sgarbatamente alla moglie:
—Al patrimonio mio e alla mia anima voglio pensar da me; lasciami in pace.
Allora donna Camilla, quasi si fosse imposta di tormentarlo, si sedeva, al solito, accanto al letto e pregava più lungamente e più insistentemente; ella esortavalo a separarsi da quegli scomunicati, che combattevano, dileggiavano la religione e il rappresentante di Dio in terra. Allora donna Camilla si faceva eloquente nel difendere la causa della religione, e riassumeva tutti gli argomenti che aveva sentito addurre contro La Stampa nelle case clericali, che avevano continui rapporti col Vaticano, e nelle quali ella andava. Nè cessava dal parlare o dal recitar preci altro che quando vedeva don Pio addormentato e capiva che le sue esortazioni erano sprecate.