—Venga dopo il ricevimento,—gli disse nel congedarlo e stringendogli la mano,—e si rammenti che voglio saper tutto; chi c'era, di che cosa si è parlato, com'erano vestite le signore; io sono curiosa e mio marito e così parco di parole ora che ha tanti affari per il capo.
Fabio capì benissimo che la curiosità della principessa della Marsiliana nascondeva una grande gelosia, e non potendo essere quello che voleva per il principe, ora che Ubaldo rappresentava presso di lui la prima parte, si propose di mantenere desta quella curiosità, di dirle quel tanto che poteva renderlo indispensabile a donna Camilla, senza tradir mai un segreto, senza mai compromettersi.
Egli aveva giudicato sinistramente Maria fino dal primo giorno; l'aveva creduta complice del marito nei raggiri e nelle astuzie, e riteneva che quella sincerità di cui ella faceva vanto non fosse altro che un mezzo per meglio accalappiare la gente. Non sapeva nulla del passato di lei, dei suoi sacrifizi, della sua grande virtù, ed era convinto che ora ella si valesse della sua bellezza per rendere il marito onnipotente presso don Pio. Fabio non aveva l'intelletto del cuore; gli mancava la finezza del sentimento e la fede nella onestà assoluta. Tutto era relativo per lui, e pur essendo persuaso che Maria non accordava nulla al principe, riteneva che ella fosse onesta con lui soltanto per meglio dominarlo.
Egli spiava di continuo la bella donna perchè voleva impossessarsi di un segreto, credendo che il possesso di un segreto sia sempre un capitale che un giorno o l'altro si può rendere fruttifero, e quella sera della festa, appena potè abbandonare il suo posto di ricevimento, non la perdè un momento di vista, ora col pretesto di aiutarla nel dare il thè, ora per mantenersi vicino alle signore che le facevano corona.
Don Pio, dopo il concerto al quale presero parte i due massimi maestri di Roma e le prime donne in voga, nonchè Maurel, Maurel che entusiasmava nell'Amleto, si accostò a Maria e le presentò i suoi colleghi della Camera, con i quali era rimasto a parlare tutta la sera.
—Che cosa divina è mai la musica!—esclamò la bella creatura parlando al principe Buontalenti e al duca di Sermano,—io capisco quale attrattiva abbia per il popolo. Tutte le altre arti vivono rinchiuse negli studi, nei musei, nelle biblioteche, non sorridono altro che a quelli che le amano, ma la musica si espande, si fa popolare e consola tutti. Chissà quanti poveri non sono ora aggruppati qui sotto, attirati dalle note soavi; chissà come essi tollerano meglio la loro miseria stanotte e come domani essi vedono la vita meno triste!
Ella parlava presto presto, quasi le parole le volassero dalle labbra per andarsi ad annidare nel cuore di chi l'ascoltava.
Don Pio era tutto occhi e tutt'orecchi.
—A Roma, a Milano la musica è un godimento dei ricchi, ma da noi a Venezia, e, come mi dicono, anche a Napoli, è un godimento per tutti; si canta nelle strade, si canta in gondola, si fanno serenate sotto gli alberghi; i ricchi pagano, ma il popolo gode.
—Che ne direbbe,—domandò don Pio fissandola,—se uno di questi ricchi avesse in animo di costruire un teatro popolare, dove si dessero la opere italiane specialmente e dove un grande lubbione permettesse al popolo di udirle pagando venti o trenta centesimi?