—Pio, tu mi hai molto trascurata dacchè mi hai sposata; per mesi e mesi ti sei dimenticato di me e io ho taciuto e pregato; pregato Iddio che riconducesse il tuo pensiero sviato a tua moglie. Ma anche in quel tempo in cui la tua mente correva dietro a altre donne, tu non eri mai scortese con me, rammentavi sempre di essere un signore di fronte a una signora. Ora tu lo dimentichi, ed è perchè pratichi male e perchè non hai più un capriccio che svia il tuo pensiero, ma una passione colpevole, che ti occupa tutto e ti trascina al male. Prega Iddio che io non abbia in mano la prova di questo tuo amore, altrimenti faccio uno scandalo, e di noi s'ha da parlare per un pezzo: rammentalo.

Don Pio la fissava meravigliato mentre ella usciva dalla camera con passo celere senza guardarlo, ed ebbe allora la convinzione subitanea che sua moglie era gelosa, gelosa della bella Maria, che, davvero, occupava tutto il suo cuore ispirandogli un amore timido, uno di quegli amori che tolgono tutto l'ardire, tutta la sfrontatezza a un uomo, benchè assuefatto alle avventure galanti, e fanno di lui un bambino supplichevole, un essere senza volontà e senza energia. Ma quell'amore, che la bellezza di Maria e soprattutto quel suo fare schietto e franco, gli avevano ispirato, era tutt'altro che una passione colpevole. Maria non era una di quelle donne che cedono, che subiscono il fascino della colpa; ella amava il marito, e nel suo cuore non c'era posto per altro affetto. Così ella aveva dapprima figurato di non accorgersi delle attenzioni, delle premure di don Pio; ma quando egli incominciò a parlarle del suo amore apertamente, non se ne era adombrata, ma ne aveva riso, riso schiettamente come di cosa impossibile e nello stesso tempo aveva evitato di trovarsi sola col principe, e di quell'amore aveva avuto la delicatezza di non far sospettare nulla al marito, per non creargli una falsa situazione.


VII.

Don Pio in quell'estate non aveva fatto altro che brevi assenze da Roma per accompagnare la principessa a Sorrento e poi a Saint-Moritz, ma col pretesto delle costruzioni era rimasto alla capitale e ogni settimana quasi aveva condotto Maria Caruso e Fabio Rosati a far delle gite col suo break nei dintorni della città. Nel mondo giornalistico e in quello aristocratico l'assiduità del principe presso la bella donna, che tutti ammiravano, aveva dato da ciarlare, e quelle ciarle erano state ripetute da Alberto Grimaldi alla sorella. Don Pio si faceva pure vedere al teatro nel palco della signora Caruso e non trascurava occasione di stare con lei.

Se donna Camilla non avesse conosciuto Maria non avrebbe dato peso alle ciarle; ma la conosceva, aveva avuto campo di ammirarne la stupenda bellezza, la grazia infinita e capiva che se don Pio era innamorato di lei non poteva trattarsi di un amoretto, perchè Maria lasciava una impressione così profonda in quanti la vedevano che, una volta subitone il fascino, bisognava amarla, amarla sempre. E la durata di quell'affetto la sgomentava appunto. Don Pio non sarebbe più tornato a lei, mai: tanto se Maria gli resisteva, quanto se cedeva. Ma la resistenza donna Camilla non l'ammetteva di fronte al marito. Le pareva addirittura irresistibile perchè a lei sfuggiva sempre ed ella non sapeva resistergli dal momento che doveva implorare una attenzione e una carezza; per lei era un idolo e che cosa si nega agli idoli quando avviene che scendano dal loro piedestallo per farsi nostri eguali?

Non capiva donna Camilla che con Maria era il caso inverso; Maria era l'idolo, e il principe il devoto, il supplicante, l'entusiasta, l'innamorato.

Dopo la risposta sprezzante del marito, la povera donna, sgomenta di aver lasciato scoprire la gelosia che la struggeva, si era rinchiusa in camera sua e aveva lungamente almanaccato per mandare a monte quella serata alla Stampa, che autorizzava la sua rivale a far gli onori di casa per un ricevimento che dava don Pio, per un ricevimento dove avrebbe figurato l'argenteria, la livrea di casa Urbani, e dal quale ella era esclusa e per le sue idee e per la posizione ostile, che aveva presa la sera della elezione del marito.

Non potendo impedire quella festa, voleva conoscerne l'esito nei suoi minimi particolari e per questo pensò a Fabio Rosati, che le ora parso più modesto e più rispettoso di tutti gli intrusi, com'ella li chiamava. In quel giorno appunto la principessa era stata pregata di fare ammettere all'Orfanotrofio di Termini, dov'era impiegato il padre del Rosati, un bambino di un antico servitore di casa Grimaldi, e ella aveva pensato d'incaricare don Pio di quella faccenda. Invece, dopo la scena avvenuta nella camera del principe, donna Camilla stabilì di scrivere al Rosati e di pregarlo di passare da lei il giorno successivo, servendosi del pretesto dell'Orfanotrofio per amicarselo e avere da lui tutte le notizie che desiderava sul giornale e su Maria. Nel piccolo cervello della duchessa l'amore del principe per la bella veneziana era diventato un'idea fissa, dolorosa e martellante. Prima di coricarsi infatti, non volendo scriver lettere, tracciò sopra un biglietto di visita poche righe d'invito e chiuso il biglietto in una busta andò da sè a portarlo sulla tavola dove mettevano le lettere.

Il biglietto fu recapitato e alle due Fabio si faceva annunziare alla principessa, la quale, per fargli dimenticare lo sgarbo della sera del pranzo e per confessarlo a suo agio, fu con lui cortesissima. Fabio promise l'appoggio del padre per il protetto della signora e con quella servilità che i romani della borghesia hanno nel sangue per tradizione, e che li fa parere sempre clienti quando sono in faccia ai principi, soddisfece pienamente la curiosità di donna Camilla.