Ora che Ubaldo aveva sentito tutti gli strazi della miseria, tutte le punture continue e dolorose dei sacrifizi, si era fatto accorto, non sprecava più, non sacrificava nulla alle apparenze. Maria viveva comodamente, ma viveva come il giorno che da Milano era venuta a Roma, quasi le sole risorse della famiglia consistessero nella paga di Ubaldo. Per questo nessuno, nè quelli che erano addentro alle cose della Stampa, nè i curiosi che facevano parte degli altri giornali e di tutto quel mondo della politica, dell'arte, della Borsa che forma attorno ai giornali una vasta rete, poteva dire che il principe della Marsiliana era l'amante di Maria e le faceva doni costosi. Quello che ella spendeva per la sua toilette era compatibile con i guadagni palesi del marito; gli occulti erano ignorati dal pubblico e dagli amici di Ubaldo.
Maria non aveva neppure un coupé per fare le visite o per andare a Villa Borghese e soleva accettare l'offerta che le faceva ogni tanto la signora Adriana Mariani di condurla seco. Questo modesto contegno di Maria, che il mondo sapeva adorata dal principe, le aveva accaparrato le simpatie e la stima generale, perchè il mondo, che è composto d'individui che ogni giorno per conto proprio si burlano della morale, la vuole rispettata e grida e sbraita quando qualcuno la offende.
La principessa della Marsiliana, ròsa dalla gelosia, dimenticata dal marito, non credeva alla onestà della sua rivale. Quel teatro, che ella vedeva ogni giorno inalzarsi maggiormente, le diceva che Maria non avrebbe accettato dal principe un paio di orecchini di brillanti, nè un paio di cavalli, ma che aveva tanto potere su di lui da ottenere, con una parola sola, che egli facesse spese che neppure un re si permette. Questa convinzione di avere nella bella Veneziana non una rivale avida, una rivale che non si contenta con l'oro, la rendeva pazza dalla disperazione. Finchè ella non aveva veduto don Pio correr dietro altro che a donne che s'incontrano oggi per abbandonarle domani, senza rincrescimento, e che non considerano l'uomo altro che come mezzo per appagare le loro brame di lusso, non era stata gelosa e aveva dato prova di quella tolleranza che sanno avere tutte le signore di nascita illustre per i peccatucci degli uomini.
Ma appena aveva capito che don Pio era innamorato seriamente di Maria, e che quello non era un amore che svanisse tanto presto, si era attaccata al marito con quella insistenza propria di chi vede sfuggirsi un bene al quale ha diritto, e aveva provato tutti gli strazi, tutte le angustie della gelosia. L'orgoglio di razza rendeva anche più acuti quei tormenti; ella vedevasi preferita una plebea, e conscia della propria inferiorità dinanzi alla rivale, inferiorità che non era soltanto fisica, ma anche intellettuale, non vedeva nessuno scampo e non sperava altro sfogo che nella vendetta.
Quando la mattina ella usciva per andare ai conventi o alle associazioni di beneficenza, dove la chiamava l'abitudine, e vedeva gli operai lavorare al teatro: quando verso sera tornava dalla passeggiata o dalle visite e vedeva che neppure la notte il lavoro cessava in quell'edifizio inalzato da suo marito per appagare il desiderio di Maria, provava una rabbia sorda, e stringeva nelle piccole mani nervose i nastri del cappellino, si metteva fra i denti il fazzoletto di batista, strappava le rose che ornavano il davanti del coupé e fremeva come una fiera rinchiusa in una gabbia. Col viso sconvolto, con le ciglia aggrottate ella si presentava a colazione e a pranzo, e, se don Pio si faceva aspettare, se invece di pranzare in famiglia passava già vestito dalla sala da pranzo per dire che era invitato, ella non mangiava nulla, trangugiava grandi bicchieri di acqua fredda e non rispondeva neppure con monosillabi ai discorsi della suocera, la quale non sapeva rassegnarsi al silenzio, e la lasciava appena terminato il pranzo per salire nel suo quartiere, dove sempre era visitata dalle amiche e dai conoscenti di gioventù, e dove trovava modo di dare sfogo alla sua loquacità, raddoppiata ora che il figlio faceva cose così insolite per un patrizio, e che davano agli amici della duchessa argomento a frequenti domande e ad osservazioni.
E mentre don Pio passava le serate alla Camera, dava una capatina nei teatri o nei ritrovi eleganti, e fluiva per andare alla Stampa, dove si vegliava molto tardi e dove era sicuro d'incontrare Maria, la signora Carrani e Adriana Mariani, e ogni sera più s'invaghiva della bella donna, la principessa della Marsiliana stava sola nel suo salotto a rodersi dalla gelosia. Ogni tanto, desolata, si gettava bocconi davanti a un grande Cristo d'argento, dono di suo padre, e gli parlava con voce interrotta dai singhiozzi dolorosi, gli domandava perchè le aveva dato un gran nome, le aveva dato le ricchezze e le aveva negato tutte le attrattive della donna, non l'aveva fatta nè bella di volto, nè bella di corpo, non le aveva dato i vizii, che pure hanno il loro fascino, nulla, nulla; e, senza accorgersene, ella passava dalla preghiera al rimprovero. E quando donna Camilla rientrava per un momento in sè stessa, era pentita di quello che aveva detto, e umilmente con la faccia appoggiata ai piedi inchiodati del Cristo, la schiena curva, supplicava la santa immagine di perdonarla, di aver pietà del suo dolore.
Poi, dopo quegli sfoghi ai rialzava da terra, ricomponeva il volto, ricomponeva le vesti e sedeva dinanzi al tavolino coperto di lavori incominciati e destinati ai poveri, con le piccole mani scarne si dava a lavorare frettolosamente, mentre il cervello anch'esso lavorava, lavorava a cercare un mezzo per vendicarsi doppiamente del marito, coprendolo di vergogna; e staccandolo per sempre da Maria.
Dopo ognuna di quelle serate angosciose, donna Camilla trovava un pretesto per scrivere a Fabio, per invitarlo a andare da lei la mattina seguente. Ora il pretesto glielo forniva l'invito a una adunanza da spedire alle patronesse dell'opera pia delle Madri Lattanti, ora un'informazione da assumere, ora un sussidio da elargire. E quando Fabio la mattina dopo era da lei, ella lo interrogava su quello che facevano alla Stampa, sui lavori del teatro e per ultimo su Maria. Fabio Rosati era troppo accorto per far vedere alla principessa che capiva la sua gelosia e i suoi strazii, e fingeva sempre di credere che quella premura di lei per sapere notizie della signora Caruso fosse frutto della curiosità pura e semplice, e le parlava dei trionfi che riportava in ogni festa al Circolo dei Cittadini e al Circolo degli Artisti la bella Veneziana, e come d'intorno a lei si formasse una cerchia di ammiratori, che ogni sera popolavano le sale della Stampa per il solo piacere di vederla e di sentirla parlare.
Come tutte le donne gelose, la principessa desiderava di veder Fabio per udir parlare di Maria, e dopo che lo aveva veduto era più che mai straniata dai tormenti che impone quella malattia del cuore, più che mai era desiderosa di sapere.
Intanto in anticamera, negli ozii della guardia, i servitori parlavano molto delle attenzioni che don Pio usava alla famiglia Caruso col mandare la caccia che giungeva dai possessi di Maremma, le piante e i fiori delle serre della villa a porta Salaria, i latticini che arrivavano dalla Sabina e i vini dell'Umbria, ma non parlavano meno dei biglietti che la principessa scriveva a Fabio Rosati, e ogni volta che lo vedevano salir le scale del palazzo, mentre uno dei servi lo accompagnava alle stanze della signora, gli altri, rimasti in anticamera, ridevano e dicevano nel loro linguaggio triviale: