—Il principe e la principessa fanno il comodo loro.

Due o tre volte don Pio aveva incontrato Fabio nella galleria, mentre si avviava al quartiere della principessa, e sempre lo aveva salutato con molta freddezza, con una freddezza che faceva morire al Rosati il bonario sorriso sulle labbra, e dopo, quando lo rivedeva in redazione, fingeva di non accorgersi di lui, e non c'era caso che gli rivolgesse per un pezzo la parola.

Il principe non aveva nessun sospetto ingiurioso per la principessa, ma credeva Fabio il cronista particolare di lei, alla quale, non riconosceva attrattiva di sorta, e la relegava nel numero di quelle donne che, quando non destano repulsione, lasciano freddi e indifferenti quanti le avvicinano.

La freddezza del principe per Fabio non influiva sulla posizione di lui alla Stampa, poichè don Pio non s'ingeriva mai dei particolari e lasciava piena indipendenza ad Ubaldo, il quale, sapendo che in certe occasioni il Rosati era un eccellente corrispondente e un cronista prezioso, gli dava spesso degli incarichi, che Fabio accettava volentieri, perchè gli procuravano conoscenze, e guadagni superiori a quelli ordinari.

Don Pio si sarebbe consolato facilmente della vita triste che menava in famiglia, del risentimento di cui dava prova la principessa ogni volta che gli dirigeva la parola, delle preoccupazioni economiche che non gli accordavano tregua, dopo che aveva seppellito tanti milioni nell'acquisto di terreni che non riusciva a rivendere e per i quali sborsava un forte interesse agli istituti di credito, che gli avevano prestati quei milioni; si sarebbe anche consolato nel vedere che La Stampa non gli dava i lauti guadagni che aveva sperato, purchè Maria lo amasse, purchè Maria fosse sua. Ma di fronte a lei, egli, così ardito, non aveva volontà, non aveva ardimento di sorta. Il vederla sempre in mezzo a gente, il non poter sfogare mai con lei la tenerezza che gl'ispirava, faceva del suo amore un tormento continuo, un supplizio da dannato. Le attenzioni, le premure più delicate, che sono un lusso dei ricchi, egli le aveva tutte per Maria. Non c'era sera in cui ella non trovasse nel cantuccio del salone della Stampa dove soleva sedersi, una quantità di fiori e i dolci che ella preferiva. Maria lo ringraziava con effusione, era cortesissima con lui, ma nulla più, e le stesse parole le usava con tutti quelli che ad imitazione del principe, offrivano a lei i loro omaggi.

Una seconda estate era trascorsa e la principessa non si era mossa da Roma per assistere il proprio fratello, che, cadendo da cavallo, si era piuttosto gravemente ferito, e in quella estate ella si era fatta vedere così spesso fuori col Rosati, lo aveva così spesso ricevuto, che la ciarla che ella lo amasse dal palazzo Urbani era giunta nella redazione della Stampa e anche alle orecchie di Maria, la quale aveva risposto al Suardi, che la informava di quel fatto:

—Io non ci credo; la principessa è una santa donna!

—Se è una santa lei, Fabio non è un santo, e quando la santità manca da un lato c'è sempre pericolo che la parte peccaminosa guasti l'altra. Voi non sapete che il peccato, secondo la scienza moderna, è di natura infettiva e ha il suo bacillo?

—Con la vostra strana maniera d'argomentare avete in certo modo ragione,—disse Maria.—Quando un uomo si mette a far la corte a una donna fa sempre con lei la parte del corruttore, ed ella si lascia corrompere se non ha il sentimento del dovere, che è il più potente antisettico, per esprimermi come voi fate, che si conosca.

—Ben detto!—esclamò il Suardi ridendo.—M'indicate dove si vende quell'antisettico, del quale pare che voi possediate tanta copia?