Così rimasero un pezzo a far compagnia al fuoco che lentamente si spegneva, finchè l'Onorati capì che era tempo di andarsene, e la duchessa e la principessa, augurata la buona notte a don Pio lo lasciarono solo.
Allora egli, come se avesse rotto l'incantesimo che lo teneva prostrato, si alzò e di scatto buttando in terra la pelliccia e avvicinatosi alla scrivania prese a scrivere, tracciando febbrilmente sulla carta tutti i pensieri, tutte le frasi supplichevoli di oblio e di perdono, che gli si erano affollate alla mente in quelle ore d'inerzia. Ma spesso venivagli fatto di giungere in fondo a un foglio, di aver riempito quattro facciate e, rileggendo ciò che aveva scritto, di non esser contento di una espressione o di una parola, e di gettare il foglio sulla scrivania e ricominciare da capo.
La principessa, che vigilava, che la gelosia teneva desta, stette lungamente in quella notte con l'occhio al buco della serratura e sempre vide il marito intento a scrivere, sempre udì lo scricchiolio della penna sulla carta. Ella era sicura che don Pio scriveva a Maria, e vegliava come un cerbero perchè quella lettera non le sfuggisse dalle mani.
Verso le quattro ella sentì il marito che, uscendo di camera, andò nel salottino, poi aprì l'uscio che dava nella galleria e subito dopo lo richiuse e si coricò, ed ella, sempre con l'occhio e l'orecchio alla porta, spiò il momento in cui don Pio si era addormentato, e, scalza, per non fare alcun rumore, andò ella pure nella galleria al buio, tastò sulla tavola dove il principe soleva mettere le lettere, che Giorgio recapitava in mattinata, ne trovò una sola, l'afferrò e rientrò in camera sua tremante, come se avesse commesso un delitto di sangue.
La lettera che donna Camilla guardava con gli occhi sbarrati era proprio diretta a Maria Caruso, e don Pio, supponendo che la moglie dormisse, e dopo lunghe esitazioni, aveva creduto di destar minor sospetto ponendola, come tutte le altre lettere, al posto consueto, che consegnandola a un domestico il quale poteva essere spiato dalla principessa e indotto a parlare. Egli sapeva che Ubaldo coricandosi molto tardi dormiva fino alle undici e che egli rispettava le lettere dirette alla moglie, perchè voleva che le sue pure fossero rispettate, così era sicuro che Maria l'avrebbe ricevuta mentre Ubaldo dormiva; anche se le fosse giunta mentre egli era desto, la lettera sarebbe giunta chiusa nelle mani di lei.
Donna Camilla aveva messa la lettera dinanzi a sè sul tavolino e su quella busta piovevano direttamente i raggi del lume, che stava posato a poca distanza; ma ella non aveva il coraggio di strappare quella busta, di leggere quello che conteneva. Ora che quel segreto era in suo potere, che non c'era altro ostacolo da rimuovere se non quello di un foglio di carta, il coraggio le mancava, tanto il rispetto per gli ostacoli morali è profondamente inveterato nella coscienza di ogni individuo.
Mentre ella stava a guardare la busta, senza trovare in sè il coraggio di strapparla e di leggere la lettera, un pensiero perfido le traversò la mente.
—Perchè non mando questa lettera al marito?—domandò a sè stessa.—Che m'importa di aver la conferma che don Pio ama perdutamente quella donna? Mi basta che il marito lo sappia, che non possa più ignorare questo legame, e dopo aver saputo tutto sia costretto a andarsene, e la porti via, lontano di qui, quella maledetta creatura che mi toglie tutto!
E con la stessa prontezza con cui quel pensiero sinistro le era balenato nella mente, lo mandò ad effetto. Ella prese una busta stemmata, simile a quella di cui erasi servito don Pio, e dopo avervi scritto sopra l'indirizzo di Ubaldo Caruso, contraffacendo il carattere del marito, chiuse la lettera dentro alla propria busta e andò furtivamente a posarla sulla tavola della galleria. Quando sentì il passo di Giorgio, che andava ogni mattina a prender le lettere, allora soltanto si coricò per non far capire alla sua cameriera che aveva passata la notte vegliando.
Ma quella lunga notte invernale rimase impressa nella monte di donna Camilla come la notte più angosciosa, più tremenda della sua vita. Ella non credeva di poter tanto soffrire; non supponeva neppure che l'affetto disprezzato, la gelosia, il sentimento della inferiorità dinanzi a una rivale, cui la sua mala azione prestava l'attrattiva della vittima e la circondava con l'aureola del martirio, fossero capaci di sottoporre il suo cuore freddo a tanti strazi. E in quel tumulto di passioni le tempie non le martellavano, il cuore non affrettava i suoi palpiti; ella sentivasi invece la testa cinta da un cerchio gelato e il cuore, facendosi immobile, le impediva di respirare. Anche coricata parevale di sprofondare, di essere inghiottita dalla lettiera e allora alzava le mani scarne, afferravasi alle colonne tornite del letto o alle cortine di broccato, e apriva la bocca per gridare, ma nessun suono le usciva dalla gola serrata.