Nella camera l’aria primaverile aveva portato il complesso e inebriante profumo degli alberi in fiore: Paolo Érmoli respirava largamente quell’aria ossigenata, e sentiva la gioja diffondersi per il sangue copiosamente avvivato.

Abbandonò involontariamente quei pensieri, perché in fondo era in essi qualche cosa di penoso, e, gittata la sigaretta ancor quasi intera, incominciò a vestirsi.

Nell’abbigliamento giornaliero, accuratissimo, egli occupava di solito più d’un’ora del suo ozio signorile; ma quella mattina, spronato dalla vaga e dolce inquietudine che dà un ardente desiderio prossimo ad esser sodisfatto, il condusse a termine relativamente presto, in modo che sonavan appena le undici quando egli uscì dalla sua camera compiutamente vestito.

Così, ricercato ed elegante in ogni particolare dell’abito, egli poteva ben dirsi un bel giovine; il suo volto piccolo e bruno, dagli occhi incavati e neri, dai lineamenti decisi, dalla fronte lievemente sfuggente sotto una breve capigliatura castana, s’ergeva su l’altissimo colletto bianco, con un’espressione di alterezza cavalleresca e di sottile dispregio, certamente studiati; alto, snello, flessuoso, d’una magrezza nervosa, il suo corpo aveva un profilo squisito, che in nulla tradiva la sua bassa origine, dalla piccolezza feminea delle mani e dei piedi, alla linea sostenuta delle spalle, un po’ strette. Egli passò in fretta l’appartamento già avvolto in una misteriosa oscurità a cagion delle imposte rinchiuse: salutò con noncuranza Enrico, che l’attendeva in anticamera per ajutarlo a indossare il soprabito, e discese lo scalone marmoreo, calzandosi nervosamente i guanti. Il portiere gli aperse rispettosamente l’uscio della portineria, e Paolo salì su la victoria, ordinando al cocchiere impassibile:

—Al Cova.

Leda, una magnifica cavalla saura, dai garetti d’acciajo, si slanciò avanti con trotto serrato, all’hip gutturale di Cesare; e l’Érmoli s’adagiò nell’angolo sinistro della carrozza, accendendo negligentemente un’altra sigaretta. La vista della folla a piedi (nella quale si davan di gomito i facchini e le donne gentili in una volgare miscela, che tradiva la brutalità dell’egoismo animale nel contendersi i lastrici, ove si cammina sicuri dalle vetture), gli ricordò quando anch’egli faceva numero tra quel branco d’uomini in ruvido contatto per quella piccola guerriglia della strada. Ne provò su le prime piacere, considerando la propria superiorità intellettuale su quella gente, dalla quale aveva saputo volontariamente elevarsi: ma un pensiero molesto, richiamato da un ricordo non lontano, lo sorprese: “Avrò io l’aria del parvenu„ si chiese, “in questo cocchio padronale, come certi altri?„ Così pensando, Paolo rievocava alcuni sarcasmi ch’egli aveva scagliato contro certe nuove ricchezze industriali della società milanese, sfoggiante in publico un lusso ciarlatanesco. “No, io non sono nuovo, né impacciato come quelli, in questa dovizia, perché vi ò vissuto la mia giovinezza con i desideri e i sogni.„ E per meglio convincersi osservò la gente, e si compiacque di non rilevare su alcuno di quei volti, impensieriti da mille faccende diverse, quel sorriso ironico e feroce, che altri sul suo doveva avere qualche volta sorpreso.

Passando da via Monte Napoleone, vide scivolare contro i muri Carlo Rinaldi, già suo collega di giornalismo, che si dirigeva probabilmente all’ufficio del Progresso, recando dei fascicoli sotto il braccio. Egli s’affrettò a salutarlo con effusione, ma il Rinaldi, forse distratto da qualche cura, a pena gli rispose: egli scrollò le spalle, mormorò un “infelice!„ fra i denti, e si diede a cantarellare sottovoce una canzoncina d’operetta, per dare a sé stesso un contegno indifferente.

La victoria si fermò d’avanti al ristorante Cova; egli discese, ordinò al cocchiere di ritornare fra due ore, ed entrò. A un tavolino in faccia all’entrata due giovini signori si levarono, ridendo e salutandolo.

Ecce agnellus domini,—gli gridò Filippo Serbelli,—che si sacrifica per la Pasqua!

I tre giovini si strinsero cordialmente la mano, e Paolo Érmoli sedette in faccia a loro per far colazione. L’altro dei suoi due commensali era il marchese Giorgio Albenza, discendente d’una delle più antiche nobiltà lombarde, giovine assai frivolo e appassionatissimo cultore di cavalli.