—Dunque da oggi la bella contessa è perduta per lo stuolo de’ suoi adoratori?—disse con fredda cortesia l’Albenza, quando l’Érmoli fu seduto.

—Se si può dire perduta una donna che à trovato un marito!—rispose scherzando Paolo.

—In questo caso sarebbe perduta per la seconda volta (ciò che è verbalmente assurdo), perché la contessa si rimarita,—osservò il Serbelli.

L’Érmoli, conficcando la forchetta nel roast-beef sanguinante che gli era stato portato allora, rise schiettamente e continuò vivace ed allegro a parlare del suo matrimonio, col modo libero dello scapolo, che prende la cosa poco sul serio: Filippo lo assecondava nei frizzi mordaci e il marchese s’accontentava d’ascoltarli e di sorridere, lisciandosi i baffetti castani e approvando, non senza lieve ironia, col capo.

—È una donna deliziosa, ma poi...—mormorò Paolo misteriosamente, e finì la frase con un’osservazione un po’ licenziosa all’orecchio del Serbelli, che scoppiò in una risata.

—Sai che le vedove si paragonano ai libri già tagliati?—disse Filippo.

—Appunto a quelli che si leggono più volontieri.

—Eh, perché?—chiese l’Albenza mordendo aristocraticamente la erre.

—Perché io credo che ormai il piacere di tagliare un libro non può solleticare che: o uno di quei vecchi frequentatori di biblioteche, abituati ai libri letti e riletti, o uno di quei giovincelli che ai libri annettono come unico pregio la novità e àn quasi paura di guastarli, tagliandoli. Sei del mio parere?

—Sì, fino a un certo punto,—gli rispose il Serbelli.