—Fai delle riserve?

—Caro mio, vi sono certi libri nuovi, che si pagherebbero un tesoro.

—Bravo, e mi sapresti dire il perché?

—Per poterli tagliare.

—Ma chè, per poterli leggere,—gridò l’Érmoli.

Il Serbelli rise: l’Albenza con fare un po’ seccato si volse indietro ad osservar la via.

—Può darsi,—soggiunse Filippo.

—E allora tanto vale che siano stati tagliati prima,—concluse Paolo, gittando un occhiata furtiva al marchese, onde lo turbava alquanto il contegno freddo e quasi ostile.

Tutto ciò l’Érmoli disse, facendo sforzo su sé stesso per domare i suoi sentimenti: non voleva tradire la semplicità della sua gioja d’innamorato d’avanti a quei due scapoli, celebri conquistatori di donne, e naturalmente esagerò nella dose: volle essere spigliato e sembrare indifferente, e riuscì in vece quasi triviale. Egli ben se n’avvide, ma tardi: si morse le labbra nervosamente, e cercò di cambiare argomento, rivolgendosi all’Albenza. Per poterlo interessare gli parlò di cavalli.

Poco dopo però l’Albenza s’alzò, salutò con espansione il Serbelli, poi l’Érmoli con aristocratica durezza, ed uscì col passo molle e studiato delle persone che sanno d’esser guardate.