—Ti ringrazio della distinzione, e ti do la dolorosa notizia che conto d’approfittarne.
Paolo in quel punto vide, a traverso le vetrate, Cesare, che l’aspettava con la sua immobilità marmorea su la cassetta della victoria; s’alzò e rivolgendosi al Serbelli:
—Se vieni meco,—gli disse,—t’accompagno a casa.
—Perché no?—rispose Filippo, levandosi in piedi; e, pagato il conto, uscirono entrambi dal ristorante.
Durante il breve tragitto parlarono assai poco.
Si giunse presto alla casa del Serbelli in via Carlo Alberto, e i due giovini si salutarono con uno strano sorriso su le labbra, un poco ironico. Quando fu solo, diretto al palazzo dell’Ateni, Paolo volle concentrare ancora tutta la mente verso l’imagine dolcissima della donna amata. Ne sentiva un ardente bisogno: ora un senso d’amarezza e di tedio gli aveva invaso inconsciamente l’animo, quasi una nebbia gelida e opaca.
Gli parve che tutto gli si rischiarasse in torno d’una luce nuova e ridente, al pensiero di lei. Il sole pomeridiano nel mezzo del cielo, riempiva l’azzurro di fili incandescenti, e stendeva su le pareti delle case un sottil velo d’oro, cadente su l’ombra. Un vento fresco, di neve lontana, correva, come un brivido, per le vie popolose, sollevando, quasi per ischerzo, tende e abiti nel suo vorticoso serpeggiare. S’allargava in quella gioconda calma primaverile il frastuono della vita cittadina, simile a un profondo respiro amoroso.
Paolo ammirava: quella folla che dianzi avea concepita come trascinata dall’egoismo, gli sembrava ora così rispettosa, così solidale, così civile, come non mai: vide un operajo, carico d’un grave peso, che allungò la sua strada per lasciare il lastrico a una vecchia signora; incontrò una madre, che gittò un grido angoscioso perché la carrozza di lui passò vicina al suo bambino. Un’onda di simpatia umana lo prese: si sentì come un refrigerio delizioso accarezzare la fronte pensosa, e un riposo d’anima mite e grato scender nel cuore.
Egli non pensava più, s’abbandonava al sentimento, e il suo sentimento valeva ben più delle sue azioni se lo tramutava in tal guisa; in fondo ad ogni anima umana v’è un breve spiraglio, per cui penetra in essa nei momenti di calma un raggio di luce buona. Rievocò, in quel miraggio sereno del passato, gli impeti baldi, gli slanci sdegnosi verso l’ignoto e il sublime della sua prima giovinezza, e gli parve d’ascoltare come un’eco inconsueta di essi, un’eco che lo riempì insieme d’ineffabile inquietudine e di dolcissima malinconia, come a quei tempi.
La poesia vaga e selvaggia dell’adolescenza, da tanto tempo morta e soffocata dall’odio, rievocata ora dai lieti fantasmi antichi, risorse dai precordî a sciogliere un inno ingenuo alla donna, all’amore, agli affetti umani... E l’inno muto si diffuse per l’aria pura, lambì dolcemente i contorni delle cose prossime, inseguì, per poco, benevolo, il volo d’alcuni colombi bianchi scintillanti al sole, si disperse poi nel cielo senza macchia, nel gran cielo popolato di sublimi fantasmi e d’ideali incontenibili—nel gran cielo, patria dei sogni e delle speranze.