Paolo rimase così, con gli occhi chiusi e un gran sorriso su la bocca. Essa lo guardò un istante curiosamente, poi, di un balzo, fuggì dal salotto per la porta ond’era entrata. Quand’egli s’avvide che ella era scomparsa, s’alzò, corse difilato all’uscio per inseguirla, sollevò rapidamente la portiera, si trovò d’avanti ai battenti chiusi a chiave.

—Ah, cattiva!... apri... apri...—implorò, tentando di smuover l’uscio con delle scosse, battendo con le dita nel legno.

Ma durante i suoi vani sforzi, un passo secco e avvicinantesi risuonò nella sala vicina; l’Érmoli si volse irritato per vedere chi s’avanzasse, e su la soglia scorse il servitore che l’aveva introdotto.

—Che vuoi?—gli chiese bruscamente.

Si sarebbe detto che costui ridesse dentro di sé, all’atteggiamento solenne e diplomatico di tutta la persona, che aveva assunto al conspetto dell’Érmoli.

—Che vuoi?—ripeté Paolo più veemente, poiché l’altro non rispose.

—La signora contessa m’incarica d’avvertirla che stasera la aspetta un po’ prima dell’ora convenuta; verso le sei, sei e mezza.

—Va bene!—brontolò Paolo, alzando le spalle irritato.

Raccolse il cappello e la mazza, deposti su una sedia nell’entrare, e precedette il servo per l’appartamento silenzioso, dove l’ombra stessa gli pareva piena d’ironia.

Uscì come ebbro; discese le scale in preda a un’agitazione crescente, si trovò nella via. Di tutta la scena con Fulvia non ricordava che il titolo del libro che aveva visto sul tavolino d’ebano intarsiato, e l’oscura domanda di lei: