—Tu non mi ami, Paolo.

—T’amo più della vita!—rispose calorosamente, in uno slancio fittizio d’entusiasmo,—e qui, a’ tuoi piedi, vorrei morire piuttosto che scorgere più a lungo sul tuo volto quell’espressione d’indifferenza sdegnosa. Guardami, Fulvia, guardami negli occhi, e vedi se non ti adoro...—e poiché ella taceva e non lo guardava ancora, le si precipitò ai piedi e le abbracciò le ginocchia:—Via... non far così: Fulvia, guardami!...

La donna ebbe a queste parole un lieve sorriso di compiacenza forzata, e gli porse la mano per sollevarlo: egli si alzò e sedette ancor tremante presso di lei, sul lettuccio.

—Fanciullo!—ella mormorò infine pietosamente,—tu abusi della mia pietà, perché sai che non so vederti soffrire...

A queste parole egli pure sorrise e si calmò come per incanto.

—Io non abuserei della tua pietà se tu non abusassi del mio amore,—susurrò poi con accento infantile; e si protese verso di lei che non si mosse e le baciò la fronte. Ma quel bacio lo esaltò: sentì l’alito di lei tiepido su le carni, e un irrefrenabile desiderio lo assalse: allungò le braccia, strinse nelle mani il volto morbido dell’amata, cadde su lei, le impresse su le labbra tre, quattro baci ardenti, quindi un lieve morso voluttuoso.

—No, no, Paolo! Che fai?... Finiscila,—gridava Fulvia, un po’ scherzosa, poi un po’ irritata, sotto le sue carezze.

Egli pareva non udirla; eccitato anzi dalla resistenza, la stringeva vie più forte a sé, inveiva vie più forte su di lei con i baci.

—Ma è troppo presto, fanciullo... Lasciami!—disse, scoppiando in una risata stridula, donna Fulvia.

E con un rapido moto di tutta la persona si tolse dalla stretta di Paolo, si levò in piedi, mentr’egli, esausto e beato, s’abbandonava inerte contro la spalliera del lettuccio.