—Che ài?—le chiese l’Érmoli.
—Perché allora t’allontani da me?
—Io ti piaccio, ma tu non mi ami,—rispose freddamente Fulvia, sempre fissandolo. Questa era la sua frase obligata, quando voleva affliggerlo senza dire il pensiero recondito che moveva il suo dispetto.
Paolo non rispose: le avvinghiò le mani avidamente, gliele coperse di baci: quindi tentò di attirarla a sé, protendendosi verso di lei per baciarle il volto; ma ella rigidamente si sciolse dalle sue strette, gli mormorò un:
—Lasciami!—gelido e aspro e si levò lentamente in piedi.
Quello di strano che v’era in quel cambiamento subitaneo di contegno era l’espressione aspra di contrattura, presa dai lineamenti, e la luce fosca degli occhi che tradivano una viva lotta interna. Paolo non comprese; la seguì con lo sguardo pieno di stupore, quand’ella si recò d’avanti a uno specchio e finse d’acconciarsi la capigliatura; poi, quando, sempre allontanandosi da lui, andò a sedere su un lettuccio a spalliera in un angolo del salotto: in fine con dolorosa sommissione mormorò:
—Perché sei così cattiva? Che cosa ti ò detto per far così?
Fulvia non rispose: egli si alzò, e, giungendo le mani in atto d’implorazione, le si appressò rapidamente:
—Per carità, Fulvia! Che cos’ài?—le gridò.