L’ora che batté all’orologio a pendolo, tichettante monotono nella sua camera, lo scosse: eran le cinque. S’alzò in fretta, e uscì per pranzare.

Al Cova alcuni vecchi gentiluomini, abituati a prendere a quell’ora la solita bibita stimolante, discorrevano della caduta inaspettata del Ministero Crispi, ed altri dei progressi scenici d’una Tersicore su la via della celebrità; l’Érmoli sedette solo a un tavolino appartato, e ordinò al cameriere di servirlo in fretta. Poco dopo entrò dalla parte della pasticceria l’avvocato Maddaloni, il suo testimone, alto, dalla barba un po’ brizzolata, vestito severamente di nero; e gli si avvicinò. Paolo si levò sorridendo e lo salutò con affettuoso rispetto.

—T’aspettavo!—gli disse l’Érmoli, offrendogli una sedia.

—Lo credo,—soggiunse il nuovo venuto, rifiutandola con un atto della mano.—Allora è alle sette?

—Sì, alle sette precise.

—Va bene: mi troverò per quell’ora al Municipio.

—Come, non vieni da Fulvia con me?

—Non posso; ò un abboccamento, al quale non debbo mancare, proprio adesso alle sei. Ci vediamo fra un’ora.

—Va bene. Arrivederci.

Il Maddaloni uscì salutando a pena con un cenno del capo.