—E il duca?—domandò.
—Il duca?... Che vuoi che ne sappia? Non è ancor venuto, ma non potrà tardare. Sai che arriva sempre un momento dopo dell’ora fissata.
—È il suo, e tanto basta!
L’Ateni vestiva un semplice ma elegantissimo abito da viaggio e non portava un sol giojello. Era più pallida del solito, e gli occhi le brillavano come avesse pianto.
—E l’avvocato Maddaloni che dovevi condûr teco?—domandò Fulvia.
—Verrà direttamente al Municipio.
Un suono di campanello annunziò in quel punto il duca d’Alavo.
La scena indifferente, quegli spettatori importuni della sua felicità, la prossima cerimonia ufficiale indisposero l’Érmoli: egli aborriva da tutto quel convenzionalismo di forme che pur doveva riconoscere indispensabile. Se avesse potuto rimandare al domani quello ch’egli da mesi agognava ardentemente, lo avrebbe fatto senza dubbio. A un tratto divenne triste e taciturno: andò a sedersi in una poltroncina discosta dal gruppo delle due signore e del d’Alavo, prese un albo di fotografie e si pose a sfogliarlo.
In una delle prime pagine lo colpì il ritratto di Diego Rebeschi, la sua vittima: egli lo fissò lungamente in preda a una morbosa curiosità. Non v’era però nulla di doloroso né di pauroso in quello sguardo: lo fissava per un inesplicabile desiderio di ricostruzione ideale della personalità di lui; e quella fotografia nitida, che riproduceva il volto pallido di Diego in un istante d’attenzion naturale, riusciva perfettamente allo scopo. Egli lo vedeva vivo e parlante in quel ritratto, e la marea delle memorie, per quell’illusione sensitiva, ascendeva lenta e travolgente nel suo spirito mal sicuro ad appartarlo tragicamente nel passato: e Paolo ricordava quando il Rebeschi, malato in fil di vita, gli aveva mostrato, commosso dalle sue cure fraterne, il testamento prezioso nel quale lo eleggeva suo erede universale: poi la convalescenza di Diego, poi la violenta passione di lui per Fulvia, poi il prorompere della sua cupa e silenziosa gelosia, dell’odio atroce per il cugino, della paura delittuosa di vedersi tutto sfuggire dopo aver tanto sperato. E ripensava quando il Rebeschi, guarito e felice, partì con la giovine vedova, con quella donna ch’egli avea così vanamente desiderata durante lunghi anni, per quel viaggio idiliaco in Isvizzera; e infine il ritorno degli amanti, la conoscenza per un caso fortuito che il testamento antico esisteva sempre: l’idea, la lotta disperata con la propria sensibilità e con i vieti preconcetti morali, per imporsi la forza d’agire, e poi... l’azione (era poi stata azione?), il delitto, l’impunità sicura e gloriosa!