Ella non comprese.
—Sei crucciato forse con me, per averti oggi lasciato solo? Ma cominciavi a far l’impertinente, e mi pareva un po’ presto.
Fulvia disse queste parole con tanta grazia e con un tremito di voce così soave, ch’egli ne fu profondamente commosso.
—Oh! no, con te non son crucciato!—mormorò Paolo, guardandola appassionatamente.
Fulvia gli sorrise e si allontanò. Quel breve dialogo affettuoso bastò a esilarare lo spirito rabbujato dell’Érmoli: come sempre, la voce di lei gli aveva suscitato nell’animo quell’ineffabile senso d’amore che tutto lo trasformava; egli la seguì con lo sguardo, malinconicamente, e provò nel cuore, guardandola, una strana delizia.
—Ohe! ragazzi,—gridò il duca, col suo fare paterno,—sarà bene incamminarci.
—È vero! Sono le sei e cinquanta!—disse l’Argenti, dopo aver guardato l’orologio piccolissimo.
—Andiamo pure!—esclamò Fulvia, tentando invano di reprimere un profondo sospiro.
Paolo s’alzò senza parlare; ajutò la signora Argenti a indossare la magnifica mantiglia, e uscì per il primo dalla sala.
Alla porta eran ferme due carrozze chiuse, quella dell’Ateni e quella del d’Alavo.