—Quattro in due carrozze,—disse questi,—bisognerà dividerci.
—Sicuro. Vada lei con Fulvia, duca,—gli gridò Paolo:—io e la marchesa approfittiamo della sua.
Quando l’Érmoli fu solo coll’Argenti, questa si affrettò a dirgli con la sua voce acuta e studiata di donnina galante che à parecchi anni da farsi perdonare:
—Cugino ostinato, voi non volete dunque chiamarmi assolutamente col mio nome...
—È vero—egli mormorò—scusatemi; perché, vi confesso, sono un po’ turbato...
L’Argenti lo guardò con istupore, non potendo capire quel turbamento in Paolo Érmoli: ma, non volendo importunarlo con una domanda, prudentemente tacque. Siccome poi egli pure taceva ed ella non era abituata al silenzio, cominciò a parlare leggermente, saltando da un argomento all’altro con la volubilità e l’amabilità delle signore solite a sostenere una conversazione da salotto; parlava ancora mentre la carrozza si fermava in piazza San Fedele alla porta del palazzo Marino.
Il Serbelli e l’avvocato Maddaloni, che avevan già salutato Fulvia e il duca, si fecero incontro a lei, e il Serbelli le offerse il braccio per entrare nel Municipio. La comitiva indugiò alquanto nell’atrio, discorrendo; fuori alcuni popolani s’eran fermati, curiosi di quel matrimonio signorile e senza alcuna pompa, ad un’ora insolita, e spingevan dentro gli sguardi ricercando in vano il bianco abbigliamento della sposa.
Per togliersi a quella curiosità plebea, Paolo sollecitò perché si entrasse nella sala delle cerimonie; e vi si trovò già in aspettazione l’assessore incaricato.
Questi salutò il d’Alavo amico suo, poi il Maddaloni ch’era consigliere comunale; quindi s’incominciò la cerimonia nuziale. Essa fu celebrata in mezzo al silenzio malinconico dei presenti: la voce nasale dell’assessore, mentre leggeva gli articoli del codice, risonava triste e monotona nella sala, risvegliando i cupi e prolungati echi delle vòlte. Paolo sembrava seccato, Fulvia commossa. Alla domanda sacramentale se fossero contenti di sposare, l’Érmoli rispose in fretta “sì„, come a un importuno che volesse levarsi d’intorno; ella prima di rispondere parve perplessa un istante, poi pronunciò un “sì„ energico e rapido che gli echi mormorarono a lungo. Quando Fulvia firmò, la sua mano tremava come durante il colloquio della giornata con Paolo.
Uscirono, e nell’atrio si scambiarono i saluti e gli auguri. La sposa con apparente gajezza, ringraziando, strinse affabilmente la mano agli uomini che le sciorinavano dei madrigali comuni, poi abbracciò e baciò la marchesa che le susurrò all’orecchio forse qualche parola audace da farla ridere e arrossire insieme.