Paolo e Fulvia salirono finalmente nella loro carrozza, fra le due ale ingrossate dei curiosi, che ammiravano l’avvenenza superba di lei, mormorando; e con un ultimo saluto dagli sportelli, partirono diretti alla stazione.

La solitudine con la donna adorata, la fulgida prospettiva del piacere, fors’anche il pensiero d’aver condotto a termine quell’odiosa cerimonia, rianimarono Paolo: egli prese affettuosamente la mano di Fulvia e la trasse alle labbra. Ma sentendola agitata da quel tremito nervoso che prima aveva già osservato e spiegato con la commozione del momento:

—Perché tremi così, Fulvia?—le chiese.

—O’ freddo!—ella rispose semplicemente.

Egli non dubitò: le cinse le spalle con un braccio e la trasse a sé così dolcemente, che Fulvia non fece un atto di resistenza e gli cadde col capo sul petto. L’Érmoli prese allora uno scialle e ve l’avvolse accuratamente fino al collo: poi le ridomandò:

—Ài freddo ancora, così?

—No,—mormorò Fulvia, ma non smise di tremare.

Allora l’idea cupa attraversò il suo cervello: “Ella mi ama, ma à orrore di me! Ella sospetta fors’anche sa ogni cosa.„—“Debolezze!... Atavismo!... Ciò che nessuno sa e nessuno può sapere, è come non fosse mai avvenuto!„ egli pensò sùbito.

Ritacquero.

Ora Paolo si sentiva invadere lentamente da un’onda di beatitudine, e fremeva odorando quel sottile e noto profumo di lei, che riempiva la piccola stanza d’un’aria molle e voluttuosa, come quella d’una serra in primavera. Al suo pensiero ritornavano alcune parole di Teofilo Gautier: En amour souvent un fiacre vaut un bosquet de Cythère, e sorrideva di compiacenza e di orgoglio.