Quando furono nel coupé riservato del treno diretto a Como, Fulvia, che sembrava stanca, si coricò su i cuscini, appoggiando la testa al petto di Paolo, e parve s’addormentasse; non dormì però mai. Egli si chinò una volta verso di lei e la baciò leggermente su una guancia, ma Fulvia non fece un movimento, non aperse neppur gli occhi.

Egli s’abbandonò allora al suo pensiero: “Ecco il Premio! Questa donna non sarebbe mai stata mia ed io l’ò voluta e l’ò avuta. Io esco dalla lotta per riposare la mia testa stanca sul seno di lei, e posso incidere sul mio scudo il motto: nec spe nec metu: perché non ò più nulla da sperare, e non ò da temere che dalla mia conscienza, ed essa tace e tacerà, perché è salda, emancipata dei preconcetti volgari, ignara delle paure ereditarie.„

Un lampo d’entusiasmo lo abbagliò: in quel silenzio notturno, che il boato sordo del treno corrente rendeva tragico e solenne, il suo spirito s’allargava, sì che gli pareva di signoreggiare quell’oscuro regno del Mistero con la potenza fatale del suo genio: oh! sì, egli era ben signore dell’Universo in quella sera fortunata, poiché il dispregio suo colpiva l’umanità intera, ed egli teneva una donna, tutta sua, che il pregiudizio di casta gli avrebbe contesa; egli possedeva una ricchezza, che aveva in onta alle leggi carpita; egli manteneva intatta e incontrastata la sua riputazione, che a dispetto degli uomini e delle sue azioni aveva saputa conservare. Era una luminosa vittoria contro la Società quella ch’ei celebrava, e la corona trionfale—eccola!...

Egli reclinò gli occhi, e rimase a lungo fissando le chiome un po’ scomposte di Fulvia, quelle maravigliose chiome che avrebbero inondato il candore dell’origliere nuziale, obliose e notturne come le acque del Lete.


V.

Il lago tetro e nero simile a una gran pozza di pece stagnante, tra le forme indecise dei monti, mandava dei foschi riflessi. Sotto gli obliqui raggi della luna, già al tramonto, Como, nell’anfiteatro basso de’ suoi colli, scintillava per una infinità di lumi, e pioveva nell’acqua morta lunghe strisce d’oro a pena ondulate, che parevano, succedendosi regolarmente, un colonnato moresco, sostegno paradossale della città addormentata su i liquidi abissi. Le lontananze opposte, come annebbiate dalla luce lunare, disegnavano un paesaggio desolato tra le erte e chiuse pendici, che soltanto a lunghi tratti il malinconico luccicare di qualche lume perduto interrompeva.