Paolo e Fulvia eran già arrivati alla loro villa in Borgovico, una villa pallida e sontuosa, ereditata anch’essa dal cugino Rebeschi, e s’eran ritirati nelle loro stanze.
Paolo, solo, svestitosi degli abiti da viaggio e indossata una serica camicia da notte, nella trascurata eleganza, con cui si voleva presentare nella camera di sua moglie, fumava alla finestra una sigaretta, gli sguardi smarriti nella notte. Ora si sentiva stanco e svogliato: quella spossatezza che assale coloro i quali, dotati d’eccessiva imaginazione, àn troppo a lungo stancato con essa un desiderio, s’impadroniva di lui proprio nel momento in cui era presso a sodisfarlo.
Ne’ suoi pensieri involontarî una sorda tristezza ondeggiava. Egli non ne poteva trovare la cagione, poiché questa era appunto laddove egli meno lo sospettava: nella sicurezza del prossimo e inevitabile sodisfacimento. Ancora: l’imprevedibilità degli episodî, omai imminenti, di quella notte tanto sospirata (il primo entrare nella stanza di Fulvia, le prime parole, come si sarebbe appressato a lei, come l’avrebbe posseduta, come l’avrebbe lasciata, quel complesso di piccole scene, che si rappresentano ma non si posson preparare), deprimeva da un altro lato vie più il suo spirito, e gli toglieva ogni impulso per varcare la breve soglia ond’era da lei diviso. La facoltà d’amplificar le imagini delle impressioni, propria dei temperamenti lirici, aveva su di lui un potere dissolvente eccezionale: egli si trovava continuamente in balìa a un’alternativa incessante di speranze eccessive e di esagerati scoraggiamenti; le quali speranze lo accompagnavan costantemente fino al momento dell’azione, e gli scoraggiamenti lo assalivan quand’egli proprio si trovava nell’assoluta necessità d’operare. Così l’azione riusciva di solito fiacca o disordinata, e il più delle volte susseguiva a questa un abbattimento morale per l’insuccesso, dal quale non si poteva riavere che ideando altre e più fantastiche prove.
Allor che, anche senza suo merito, ma per il valido concorso delle circostanze, otteneva il successo preveduto,—per lo stupore s’abbandonava a un’esaltazione così iperbolica, che il suo pazzo amor proprio e la sua smodata ambizione lo riconducevan ben presto a maggiori e più acerbe delusioni. E questa disperata legge era stata la costante di tutta la sua vita!
Appoggiato al davanzale, la sigaretta ormai spenta tra le labbra aride, egli guardava in giro per il paesaggio notturno, ma spesso non s’accorgeva di vedere: solo di quando in quando la sensazione si faceva consciente, ed allora egli assorbiva da quella serenità una malinconia obliosa e indefinita, che gli dava un senso di pesante riposo: il suo spirito s’aggravava in quel mondo silenzioso e oscuro, e gli pareva di concepire l’istante come non avesse più alcun legame né con l’istante passato, né con l’istante avvenire.
Ma la realità lo richiamava presto a’ suoi pensieri: “Che faceva Fulvia, mentre egli indugiava così, aspettando un impulso? Si sarebbe svestita? Forse si sarebbe già coricata nel gran letto di palissandro profumato, su cui ridea quella testa di fauno ch’egli ben conosceva? L’attendeva ella ansiosa? Oh! Era indegna di lui quella titubanza puerile,—di lui ch’era stato così forte e che aveva così intensamente desiderato il corpo di quella donna!„ Bisognava varcare quella porta socchiusa e null’altro; e pure non sapeva decidersi a varcarla.
Egli per ispronarsi tentava d’imaginare il piacere che poteva ripromettersi da quella notte d’amore; e la dolce imagine gli si dissolveva tosto nelle piccole ma delicate difficoltà, che avrebbe dovuto vincere per procurarselo. Egli si sforzava a raccogliere tutti i ricordi della dolce passione, grazie alla quale da più di sei mesi avea potuto del tutto assopire la disperata sua smania dell’impossibile, e appena riusciva a rievocare qualche desiderio, che in quel momento gli pareva passato e spento; a riandare dei timori, che, in quell’istante come non mai, sentiva giganti e prepotenti nell’animo.
“L’amava ella? L’aveva amato? Chi lo poteva accertare? Egli no; assolutamente no. Fulvia era stata così strana e così mutevole con lui che qualche volta perfino gli era passato il dubbio ch’ella fingesse l’amore. Ma perché fingere?„ Questo dubbio altre volte solo accennato, sorgeva durante l’indugio, con terribili apparenze di verisimiglianza: il fatto medesimo di non aver chiesto lei, così scrupolosa per il passato nella sua fede cristiana, la celebrazione del matrimonio religioso (fatto che altre volte egli aveva sostenuto come salda prova di fiducia e di grande amore per lui), testimoniava ora contro questa stessa fiducia e questo stesso amore. “Ella non l’amava!„ Egli concludeva la sua meditazione con questa frase desolata, e la concludeva così freddamente, apaticamente come tutto ciò non dovesse per nulla riguardarlo. Una freddezza, quasi ostile, contro Fulvia, sottentrava a poco a poco alla infinita tenerezza di prima. Era così anche questa volta, come sempre: all’istante di conquistare un pallio, corso con immenso ardore, egli si lasciava sorprendere dalla stanchezza e dalla malavoglia e s’arrestava sfiduciato. Il Piacere era per lui, come l’ombra sua: lo vedeva vicino finché non lo poteva raggiungere e gli scompariva allorché stava per agguantarlo.
E come e quanto egli aveva amata e desiderata quella donna! Da anni egli ne aveva ideato la conquista, ma come un sogno irrealizzabile, che si architetta nella mente pel puro compiacimento d’imaginare l’impossibile; l’aveva desiderata fin da quando la prima volta l’aveva vista al braccio di Diego ad un ballo, in un voluttuoso abbigliamento chiaro da cui prorompevano squisite carnosità del molle colore dell’avorio antico. La contessa Ateni quella sera, tra gli uomini assiepati intorno, passava sotto gli sguardi gravidi d’ammirazione, di bramosia, d’invidia, altera e indifferente come una dea. Ed egli, siccome gli parve delle altre più impeccabile, non la poté più scordare. Poi, dopo d’allora, l’aveva seguita a lungo, forse involontariamente, senza una speranza e senza pure un’illusione, pago e contento di godere quel poco che a tutti può concedere una bella donna: qualche stretta di mano, qualche sorriso, qualche invito, un quarto d’ora di dilettantismo galante, uno sguardo. Diego Rebeschi pareva amatissimo dalla giovine vedova: poneva in lei una fiducia senza limiti. Per la incitazione amichevole del cugino, Paolo la poteva frequentare con certa assiduità; ed era realmente superbo di trascinar la sua miseria ben dissimulata in mezzo al lusso raffinato di quella casa signorile. Poi il cugino era affogato, lassù, durante una partita di caccia, nella voragine di fango, e Paolo aveva avuto la sodisfazione d’essere accolto tra la sottile schiera dei confortatori col Serbelli, con l’Albenza, con due o tre altri intimi di casa. Gli sembrò allora per la prima volta che Fulvia potesse in un giorno vicino o lontano, corrispondergli: egli era in un momento di auge: i suoi articoli sul Progresso, articoli audaci, brillanti, popolari, gli avevano creato una certa celebrità, di cui per qualche giorno poté accontentarsi. Sperò e non fu deluso. Con la morte del Rebeschi,—morte voluta—egli ereditò una cospicua fortuna, e poco dopo il sogno de’ suoi tempi di abjezione si vide per un caso singolarissimo splendidamente e repentinamente avverato.
Fulvia era sua. La inarrivabile dama, che gli era apparsa per la prima volta in una festa da ballo, l’attendeva discinta dietro quell’uscio socchiuso: egli non doveva fare che due soli passi, ed era presso di lei, signore e amante suo; due soli passi,—ma Paolo esitava a farli, forse anche aveva paura di farli.