Le chiese di Como sonarono una dopo l’altra, lentamente, le dodici: quello squillo secco e prolungato di campane nel silenzio notturno aveva un non so che di tragico e di solenne, che scosse Paolo dal suo tedio e dalla sua immobilità: gli parve un richiamo, venutogli dal di fuori, alle convenienze del momento ch’egli aveva dimenticate; quasi un rimprovero della notte per la sua miserabile impotenza ad afferrare anche quell’occasione di piacere, a sentire, fosse pure un attimo, l’impulso della Materia, la voce della Natura, il richiamo semplice e grande della sessualità.
Si levò in piedi: aveva negli occhi una luce fredda, vitrea; il volto era pallido: le labbra contratte; i lineamenti atteggiati a un’insensibilità orribile. Egli aveva, in quell’ora di crudele irresolutezza, sofferto assai più che i suoi pensieri desolati non avessero potuto farlo soffrire: assai più ch’egli medesimo non sapesse! Si fregò gli occhi, si stirò, come si svegliasse allora da un pesante letargo, e pronunciando la parola “Andiamo„, forse per raccogliere quel brandello di volontà che gli rimaneva, s’avviò verso la stanza di sua moglie.
Aperse pianamente l’uscio, rialzò la cortina, non senza un resto di titubanza, e spinse l’occhio nella ricca camera che, per la lampada a smeriglio giallo, languiva in una soave penombra d’oro.
Il letto era vuoto, e ancora intatto: in torno nulla indicava che una signora era entrata per passarvi la notte; né, per quanto egli girasse lo sguardo, gli era dato di scorgere il cappello, il velo, la mantiglia di Fulvia.
Impensierito, s’avanzò d’un passo nella camera. Nessuno! Era vuota, né si sarebbe detto che alcuno mai fosse stato, al freddo ordine che vi regnava. Solo il fauno al sommo del capezzale, sotto il padiglione azzurro, gli gittava in volto il suo ghigno scurrile di scherno, così come gli era apparso quand’era venuto per la prima volta, pieno l’animo d’invidia e di rancore, a trovare in villa il dovizioso cugino.
Paolo si soffermò alquanto in mezzo alla camera, con gli occhi al suolo e la fronte corrugata da una molesta idea: poi, quasi lo avesse spinto una divinazione, si slanciò verso la finestra che rimaneva nascosta dal copioso panneggiato delle tende, rialzò queste con un rapido movimento, e si trovò a faccia a faccia con Fulvia, tutta abbigliata come quando erano discesi dalla carrozza, col velo bruno ancora steso sul bellissimo volto.
—Che fai lì?—chiese con voce un po’ tremante l’Érmoli.
Fulvia che lo fissava, mormorò:
—Nulla. T’aspettavo.