Che valore à infatti oggigiorno, come dettato morale, la circostanza fortuita d’una scoperta di reità in un personaggio colpevole, o il ritorno finale alla felicità e all’agiatezza d’un personaggio buono e generoso, perseguitato fino all’ultimo capitolo dal destino e dalla malvagità de’ suoi simili? Togliete la circostanza fortuita, che a una mente a pena dirozzata appare sùbito come una gratuita invenzione dell’autore, e ogni insegnamento viene di per sé stesso a cadere. Se il Manzoni, ad esempio, avesse risparmiata la vita a don Rodrigo e avesse fatto un po’ più coerente il suo Innominato,—ciò che non era fuori del possibile—certo la sorte de’ suoi umili Promessi Sposi e della moralità del suo romanzo sarebbe stata ben diversa da quella che fu. Ugualmente: una miriade di buoni libri, raccomandati per lettura proficua alla gioventù, attinge la sua preziosa onestà alla fonte della fantasia, non a quella sana della verità; ciò che diminuisce d’assai il loro valore d’opere morali, se pur non lo distrugga, per noi che abbiamo studiato e nei volumi dei positivisti e con le osservazioni quotidiane.
Non è questo, no, il metodo che noi vogliamo assumere per dare forza d’insegnamento etico ai nostri lavori. Esso ci arriva già troppo sfruttato dai predecessori, ed è omai divenuto, si può affermarlo senza tema, il privilegio dei componimenti scolastici e dei romanzi d’appendice. E poi non è alle masse che l’artista si rivolge con l’opera sua; ma a pochi cultori intelligenti ed educati, sopra i quali un siffatto metodo non può aver più alcun fascino e alcuna forza di persuasione. Perché dunque insistere in esso?
E perché (volendolo escludere, senza perciò cadere nell’errore fondamentale del verismo e un po’ anche del naturalismo, che fu quello di sfuggire ad ogni costo l’intento etico), perché non ricercare una via nuova e diversa di salvazione? Forse che la moralità è una regola astratta, ingegnosamente escogitata, arbitrariamente imposta, per infonder la quale in un’opera d’arte occorre proprio un metodo artificioso e determinato?
Ahimè, se gli ortodossi della letteratura si prendessero il disturbo d’occuparsi una volta tanto della questione morale, quale è posta nei libri dei filosofi moderni, si persuaderebbero forse che per essere moralisti in arte non è assolutamente necessario di fare della retorica o del puritanesimo, come non è necessario d’ammannire al publico favolette o favoloni ben combinati a edificazione degli uomini semplici e dei fanciulli! Lo studio conscienzioso della vita nelle sue più schiette manifestazioni è prodigo d’ammaestramenti etici quanto nessuna fantasia d’uomo saprà mai essere. La questione capitale è di studiare la storia d’un fenomeno non soltanto nella sua visione pittorica o nella sua curiosità e specialità di contingenze, ma ne’ suoi motivi e ne’ suoi effetti più lati e più profondi.
Allora la moralità dell’opera d’arte, sorretta da uno studio siffatto, scaturirà naturalmente dalle espressioni rappresentative dell’artefice, senza bisogno alcuno di violentare la verità o di rivestirla goffamente d’orpelli coreografici.
A questi principî mi sembra appunto informata la presente novella. Cercherò di dimostrare l’asserto, quasi immodesto, il più brevemente che mi sia possibile.
Se per tutti gli sforzi umani si può dire con sicurezza ch’essi non sono se non una tendenza faticosamente attiva al raggiungimento d’un benessere personale, che si chiama comunemente la felicità,—a maggior ragione si può questo affermare degli sforzi di coloro i quali, traviati da soverchia passione o da libidine immane di godimento, giungono a sfidare e a calpestare la morale e la legge, dirigendosi verso la mèta agognata per tenebrosi sentieri. Non è già al crimine, o alla semplice trasgressione che teoricamente si rivolgono i loro sforzi; è noto a qualunque persona sensata ch’essi tendono in vece alle utilità o al piacere che da quella trasgressioni o da quel delitto dovrebbero direttamente conseguire.
Questa è l’opinione volgare. Ora io affermo che anche l’opinione delle persone di buon senso s’arresta a metà strada nella ricerca dello scopo finale dell’atto, poiché dimentica come ogni bene o diletto sensibile non abbian valore alcuno se non in quanto acquetano in noi quel bisogno di sodisfazione, che ne à acceso il desiderio.
La ricchezza, gli onori, il credito, la supremazia, la gloria, e perfino gli stessi allettamenti sensuali e sentimentali dell’amore sono, è vero, i miraggi luminosi che ingannano la credula e ristretta ragione degli uomini, affaccendandoli tutti quanti in una gara sfrenata per impossessarsene; in verità però gli uomini, consciamente o più spesso inconsciamente, non anelano anche ad essi come ad un fine ultimo, ma bensì come a stromenti d’un fine più sostanziale. Questo fine, come ò già detto, è la felicità.
Può dunque avvenire—e nella vita non è caso raro e d’esperienza singolare—che il colpevole ottenga la vittoria totale, il coronamento in apparenza più felice dei propri disegni, senza perciò raggiungere lo scopo definitivo di essi;—di là appunto, cioè dal giorno in cui egli à occupato il posto dovuto alla sua audacia, à origine quell’importantissimo processo psicologico, che io ò cercato d’abbozzare e di lumeggiare nel presente racconto.