Di fatti ne L’Immorale la conseguenza esemplare della colpa, la necessità d’una espiazione non vengono estrinsecate con la fortuita scoperta della colpa stessa e quindi col crollo dell’edifizio laborioso e doloso; ma con la dimostrazione schiacciante che il miraggio di felicità, il quale sembrava dover risplendere fulgentissimo dalla riuscita del piano criminale, è invece, dopo il trionfo, svanito del tutto e per sempre.

A me sembra che questa soluzione, esclusivamente psicologica, sia nello stesso tempo artisticamente più simpatica e moralmente più significativa. I fatti intimi, siccome son quelli che si lascian meno sorprendere e seguire dall’osservazione comune, riescono più convincenti dei fatti esteriori; poiché le inevitabili contradizioni, che son prodotte dall’infinita varietà di rapporti e di contingenze, fanno apparir questi,—esposti all’assidua vigilanza del publico,—confusi, discordi, inconcludenti, casuali, rendendoli perciò inetti a servire d’esempio efficace.

È lo stesso motivo per cui un dettato morale risulta assai più saldo e rispettato se imposto dalle minacce d’una religione, che non dalle pene d’una legge,—cioè da un turbamento certo di conscienza, che non da un’incerta rovina materiale, sebbene più grave e spaventosa.

Il caso d’un colpevole vittorioso, mortificato dalla sua propria conscienza, mi sembra, per tutte queste considerazioni, che debba essere un esempio morale di gran lunga superiore al caso d’un colpevole sorpreso e punito dalla Giustizia degli uomini o dalla oscura volontà del Destino. A questo proposito, io credo che, riguardo al resultato etico, siano ancora insuperati nella loro intenzionalità i tragici greci; i quali mostravano bensì un delinquente come Oreste, uccisore della madre, assolto dall’Areopago, ma lo circondavano tosto d’un coro atroce di Furie, invisibile agli altri e instancabili nel dilaniarlo. L’acutezza ellenica aveva già intuito quanto oggi nel campo dell’Etica va man mano conquistando anco i più tardi e i più restii; che cioè le azioni umane, buone o malvage ch’esse siano, non ànno alcun valore in quanto son soggette a castigo od a premio; ma ne ànno uno grandissimo, quando si considerino nei loro effetti psicologici e nelle loro più profonde conseguenze morali.

Questo ò voluto rapidamente accennare, perché il lavoro che segue avesse quell’interpretazione, alla quale dò maggior peso e per la quale esso fu ideato.

Maggio 1894.

E. A. B.