—Le dieci,—ripeté il servo.
Paolo Érmoli si fregò gli occhi con un moto infantile, si stirò un poco le membra ancor torpide, poi, come un ricordo lieto gli fosse balenato nel pensiero, sorrise ed esclamò allegramente:
—Via, apri le finestre e lascia entrare un po’ d’aria.
Pronunziò queste parole con una così schietta espansione, come volesse dilatare i polmoni a un libero respiro in un’aria fresca e salubre per un istintivo bisogno di forte vitalità.
Enrico obedì prontamente; schiuse le vetrate, spalancò le persiane e un nembo di polvere d’oro precipitò nella camera. Il mattino d’aprile, tepido e chiaro (era il sabato santo), ostendeva al giacente un cielo temprato e puro, d’una trasparenza di cristallo cobalto; i fastigi bianchi delle opposte case riverberavan la gran luce, come fossero incandescenti, nella camera lussuosa, riempiendola tutta d’un chiaror gajo, quasi eccessivo.
Quella luce suprema, quell’aria primaverile, d’un tenue tepor d’ombra, esilararono ancor più il volto di Paolo; gli parve di specchiare in quel giocondo spettacolo mattutino, la rinascenza dell’anima sua; oh, anch’egli in quel giorno trionfava, dopo una lunga lotta combattuta contro gli uomini, e, vincitore, s’incamminava a ricevere il pallio sospirato della vittoria!
—Portami sùbito il caffè,—gridò Paolo con lo stesso accento di prima al servo, in aspettazion d’ordini su la soglia.
Enrico annuì silenziosamente, e uscì.
Paolo (avrà avuto trent’anni all’aspetto; era magro, ma roseo, con una breve barba a punta assai più bionda dei capelli arruffati) s’appoggiò ai cuscini, socchiuse gli occhi e s’abbandonò all’ebbrezza di quell’esaltazione orgogliosa. Ei si sentiva sodisfatto e felice, e, senza spingere l’occhio nel fosco passato, assaporava sensualmente il dolce benessere dell’ora presente. Non era stato forse il desiderio di tutta la sua giovinezza quell’opulenta indipendenza di vita che or mai poteva godere incontrastata? Senza pensare ai mezzi, con cui era riuscito a raggiungerla, egli si compiaceva ingenuamente nel sottile raffronto tra la condizion presente e gli anni trascorsi di torbide inquietudini e di diuturne umiliazioni; e gli sembrava d’essere uscito da una lunga battaglia, affrontata lealmente, dopo aver conquistato all’avversario le bandiere ed averne invaso trionfante le ubertose contrade. Provava quella stessa gioja orgogliosa che prova un capitano dopo una dura vittoria; e, come a questo, essa gli faceva dimenticare i caduti nella battaglia.
Attraverso però a quel miraggio di felicità materiale, s’insinuava a poco a poco, limpido e crescente, un pensiero più intimo, che forse lo riempiva ancor più dell’altro di dolcezza: uno di quei pensieri sentimentali, che commuovono le più indurite fibre e le più gelide anime, e che riusciva a risvegliare in lui, come per incanto, un cumulo di sensazioni e d’entusiasmi giovenili. Egli lo sentiva salire lentamente dal cuore e godeva di lasciarselo impadronire man mano della mente con la fresca prepotenza d’acqua sorgiva, che, gorgogliando fuor dalle rocce, sopra a queste si distenda e le nasconda nella metallica uniformità della sua lucida superficie.