Un sorriso d’estasi gli increspò le labbra e respirò con maggior forza. Poi chiuse gli occhi quasi per concentrarsi, e nell’oscurità rossastra gli si disegnò con una vaporosità di contorni soavissimi la squisita forma di donna Fulvia, la ricchissima vedova del conte Ateni, l’amante appassionata di Diego Rebeschi, il suo povero cugino. Oh! ella era pur bella, e sarebbe stata sua in quel giorno! Il fantasma allucinante di lei si deformò in un attimo, ma il pensiero lo ricostruì tosto e lo inseguì poi ancora lungamente.

Paolo cominciò a ideare la promettente giornata e a imaginarne con morbida compiacenza gli episodî. Fulvia doveva aver già ricevuto a quell’ora la preziosissima collana di perle,—il dono nuziale,—e doveva aver già letto la semplice e gentile iscrizione: Ora e sempre, che nell’oro del fermaglio egli aveva fatto incidere. Quando sarebbe andato da lei, ella gli avrebbe steso le due piccole piccole mani, arcuando leggermente indietro la flessuosa forma, quasi per mitigare quell’atto d’aristocratica confidenza; ed egli per la prima volta l’avrebbe tratta a sé vincendo la feminile renitenza e avrebbe deposto su quella limpida fronte il primo bacio.

Questa idea gli infocò le vene; sentì un brivido caldo salire dalle reni alla nuca, e, spronato dal desiderio, sorvolò su la insignificante cerimonia ufficiale delle nozze e sul breve viaggio, per correre con l’imaginazione al momento in cui si sarebbe trovato solo, libero e padrone di lei, nella suntuosa e poetica sua villa su le rive del Lario. E gli si presentò Fulvia mezzo discinta con i capelli neri sciolti su le spalle, gli occhi stranamente illuminati dalla prospettiva del piacere: e le indovinò sotto i pizzi ricchissimi, spumeggianti dallo slacciato corpetto, la rosea trasparenza del seno sobrio e sostenuto; e vagheggiò di tuffare la faccia in quel candor misterioso, d’onde doveva sprigionarsi intenso quel mite profumo di ylang-ylang, che nelle strette di mano ella gli aveva tante volte comunicato. Questa fantasia voluttuosa, per mezzo della quale Paolo tentava di prevenire il tempo, lo travolse così co’ suoi fascini deliziosi ch’egli si diede a sviscerare in tutte le più segrete raffinatezze la scena gaudiosa, e vi si appassionò tanto ch’essa finì a prendere l’aspetto veritiero del sogno.

Enrico, recando il caffè, entrò, sempre in punta dei piedi, per l’abitudine mattutina di metter ordine nel quartierino da scapolo senza risvegliare il padrone: e al romore dell’uscio che s’apriva, Paolo Érmoli riaperse gli occhi, si scosse, si levò ancora a sedere, abbandonando la sua fantasticheria di felicità.

—L’ài fatto molto forte?—chiese per obedire al bisogno spontaneo di espansione, ond’era quasi inebriato.

—Come al signore piace!—rispose il servo.

—Bravo Enrico!—aggiunse Paolo, fregandosi le mani allegramente.

Enrico, poco abituato a quella familiarità quasi affettuosa, lo guardava stupito, ritto presso il letto, stendendogli la tazza fumante.

L’Érmoli la prese in mano, e rimase alquanto ad ammirarla.

“Ecco un oggetto d’arte„ pensò, “e serve per una delle più insignificanti occupazioni della mia vita quotidiana! Io lo stringo un istante nelle mie dita, l’appoggio a pena alle mie labbra, poi lo riconsegno al domestico, e la sua missione per la giornata è finita; eppure un artefice non mediocre vi à stillato un po’ del suo ingegno, vi à speso un po’ della sua vita, vi à giocato un po’ del suo amor proprio!