Le idee politiche e sociali, attribuite al protagonista di questo romanzo, sono state attinte in gran parte dagli articoli che il compianto conte Alberto Sormani pubblicò nella Idea Liberale.

Debbo anzi soggiungere che il concetto fondamentale dell’opera nacque e si svolse in me sùbito dopo la morte del carissimo e nobilissimo compagno, avvenuta nella estate dell’anno 1893, — morte che tante e sì belle speranze troncò, disperdendo, per un oscuro capriccio del Destino, una moltitudine di possibilità insolitamente lusinghiere.

Ne L’Incantesimo non è la Morte che distrugge. Un altro gran fatto della Vita esercita razione dissolvitrice su l’individuo, un altro fatto elementare, generale e continuo — come la Morte — che agisce forse con minore lestezza, ma certo con uguale intensità e altrettanta efficacia.

Queste cose ho voluto dire, innanzi tutto per ricordare in fronte alla mia opera il nome dell’amico perduto, che l’ha ispirata; e poi anche, per mettere in guardia il lettore su la conclusione di questa prima parte, conclusione che non è definitiva.

E. A. B.


I. L’apparizione.

Una campanella acuta e stridula singhiozzò ostinatamente nel silenzio.

Il giovine conte Aurelio Imberido, allo squillo subitaneo, si scosse con un moto brusco su la sedia a sdrajo, dov’era caduto in sopore mentre studiava e meditava con un grosso volume di economia politica tra le mani; fissò per un attimo, istintivamente, gli occhi ancor torpidi su la pagina aperta del libro; poi lo scagliò d’un tratto lontano, verso una tavoletta d’ebano già tutta ingombra di fascicoli e di fogli scritti. Il libro cadde a terra in piatto, sollevando un romor secco d’esplosione e un nuvolo di polvere.

Era l’ora del tramonto: dalle stecche delle persiane richiuse, un livido chiarore penetrava a pena nella camera, come una triste luce lunare. A poco a poco l’aria ambiente era andata imbrunendo durante il sonno del giovine, e al richiamo della campanella questi con suo ingrato stupore s’era trovato là disteso e immemore, avvolto in una semioscurità che non gli permetteva più di distinguere i caratteri del libro in lettura. Egli ebbe nel levarsi un gesto d’ira, quasi di sdegno contro il suo frale organismo che gli aveva rubato per riposarsi un tempo prezioso; e si diresse a passi concitati verso il vano del balconcino.