Spalancò le persiane con violenza, e uscì fuori all’aperto. La stanza da studio guardava a levante, incontro alla collina e al vecchio giardino del palazzo dagli alti abeti, dai grandi cedri svettati, dalle innumerevoli statue bianche. In quel chiuso paesaggio i rossori del tramonto non mandavano un riflesso; ogni tinta vi si ammorbidiva, assumendo tonalità viepiù discrete e quietanti.
Il cielo appariva già cupo, sebben non anche solcato da stella; le piante nell’orto, le vigne serpeggianti lungo i lividi scaglioni, le praterie presso i culmini parevan fresche e umide come dopo una pioggia; soltanto, dietro la linea pacata dei colli, la nuda solitaria piramide del Sasso del Ferro si slanciava verso l’azzurro, ancor rosea e calda dell’ultimo bacio solare.
Aurelio, appoggiato con le braccia alla ringhiera, guardò la montagna luminosa con uno sguardo corrucciato, in cui una punta d’invidia pareva. Era pertinace il suo dispetto; egli non poteva perdonarsi quelle due ore d’incoscienza, che il suo corpo aveva pur dritto d’esigere dopo una notte insonne. La sua paradossale opposizione alle leggi della Natura aveva sofferto un’altra piccola sconfitta: egli s’era imposto di studiare fino all’ora del pranzo, e non l’aveva potuto perché il sonno gli era piombato sopra d’improvviso, strappandolo alla sua volontà. — Il giovine, com’era abituato dalla solitudine e dalla vita contemplativa alle riflessioni larghe e sintetiche, pensò a questo duello strano, disperante che la sua tempra di ribelle gli imponeva anche contro l’Invincibile; e sorrise mestamente, non senza però un certo fondo di simpatia e d’ammirazione per la sua bellicosa debolezza.
Aurelio Imberido contava a quel tempo venticinque anni o poco più. Di statura media e alquanto esile, se non eran le sue forme complessive quelle del perfetto tipo virile, aveva egli bensì una testa singolarmente nobile, che sola bastava a designarlo come il prodotto d’una razza superiore, diretta da secoli per una serie di generazioni progressive verso le sommità della Specie. Il naso lungo, profilato, regolarissimo, partiva dalla fronte estesa, alta e ben lunata, disegnando una linea diritta, a pena un po’ prona su la fine; la bocca era larga, sincera, senza pieghe malinconiche o amare; sotto la breve barba nera a punta, il mento e l’arco dell’osso mascellare, a bastanza sviluppati, chiudevano armonicamente ed energicamente l’ovale del suo viso. Contrastavano con la forza e la purezza di tutti i suoi lineamenti gli occhi e il color della pelle: gli occhi piccoli e glauchi, che parevan coperti come da una tenue velatura lattea, nel rossore delle palpebre e della cornea accese da un’ostinata infiammazione; il color della pelle, ch’era femmineo, bianchissimo, anzi pallido, d’un pallor tenero e unito senza irradiazioni rosee e senza livide ombre.
Il portamento altero del capo, la foga del gesto, certi sguardi profondi, investigatori, talvolta quasi molesti nella loro velata fissità, l’uso assiduo d’abiti oscuri e di cappelli flosci caratterizzavan così la sua persona, che vista una sola volta non si poteva dimenticare mai più.
Estremo discendente d’una famiglia aristocratica, che aveva dato alla storia più nomi illustri di capitani e di diplomatici, il conte Imberido dai primi anni di giovinezza aveva sentito il bisogno di dominare, di farsi largo tra la folla, d’empire il mondo della sua persona e delle sue virtù. La sua famiglia, un tempo doviziosissima, aveva attraversato nell’ultimo secolo un periodo disastroso: le rivoluzioni avevan sottratto gran parte delle antiche ricchezze all’avo suo Gian Franco, morto gloriosamente in esilio dopo aver sacrificato ai nuovi ideali democratici anche le tradizioni della sua stirpe, sposando per amore la figlia d’un martire, povera e di modestissime origini. Il padre suo Alessandro, superbo e sensuale, forse per nascondere la sua ruina agli altri e a sè stesso, aveva sperperato in lusso e in vizii il resto del patrimonio avito e quasi intera la dote della moglie, un’assai nobile donna che il primo parto aveva condotta irrimediabilmente al sepolcro. In fine anch’egli, ebete e distrutto, s’era spento ancor giovine, lasciando nelle strettezze il figliuolo poco più che trilustre e la vecchia madre sessantenne.
Aurelio rimase così, orfano e quasi miserabile, erede d’una secolare tradizion di grandezza, in faccia all’avvenire fosco e minaccioso. Il suo spirito si temprò nella sventura e nell’abbandono. Egli comprese sùbito che lo studio, solamente lo studio nei tempi nostri avrebbe potuto renderlo degno del suo nome e capace di riaccendere intorno a questo una nuova aureola di superiorità e di potenza. Si nudrì adunque di letture varie e profonde, esercitò il suo ingegno in ogni campo dello scibile, sviluppò le sue preziose facoltà con le meditazioni più acute e le ricerche più diligenti. E, sfuggendo ogni occasione di svago e di riposo, s’appartò in una specie di chiostro intellettuale dove gli echi del mondo non gli giungevan che affiochiti come voci sotterranee e irreali.
Fu in una siffatta solitudine che si precisarono a poco a poco le sue ingenite tendenze di dominatore: gli insegnamenti della filosofia positiva e sopra tutto quelli della sociologia e dell’economia politica gli aprirono un vasto orizzonte d’azione e di ridenti possibilità. Eran le lotte della vita pubblica, che lo chiamavano, che promettevano al suo sogno d’effettuarsi: per esse non avrebbe mancato, con la sua intelligenza, la sua coltura e la sua forza morale, di togliersi dall’oscurità in cui era immeritatamente caduto e divenire una persona insigne, un condottiere d’uomini inermi, come già qualche suo avo era stato d’uomini armati.
Uscì a vent’anni, gravido di scienza e d’illusioni, dalla sua biblioteca, dove omai gli pareva di soffocare, e si gittò tosto perdutamente nella mischia, tra la folla, alla dolorosa conquista d’una gloria. La sua ingenua sincerità, la singolarità delle sue idee, lo splendore della sua dottrina non tardarono ad attirare su lui l’attenzione malevola di tutti quanti già combattevano nella lizza politica, sciupati dal contagio popolare, corrotti dall’esperienza, avvelenati da una vanità insodisfatta o dalle umili esigenze della vita quotidiana. La Rivista di sociologia, ch’egli aveva fondata con quattro o cinque coetanei trascinati dal vento del suo entusiasmo, fu accolta da costoro con l’indifferenza beffarda che schiaccia senza toccare: essi risero discretamente alle sue spalle, malignarono un poco sul suo gran nome e su la sua povertà, lo giudicarono uno spirito eccentrico e malfermo, poi continuarono tranquilli la loro via senza più curarsi di lui o di quanto egli scrivesse.
Questo primo insuccesso tra le persone più autorevoli della città non fece che spronare il giovine a proseguir la sua campagna con maggior pertinacia e con miglior discernimento: abituato in solitudine a giudicar tutto e tutti indipendentemente dall’opinione comune, egli si sentì onorato dalla sorda ostilità e dal disdegno, che gli venivan tributati da gente ambigua, spregevole, senza coltura e senza convinzioni di sorta. E, più che non mai fiducioso nel suo programma che sapeva fondato sopra solide affermazioni della scienza e della filosofia, si diede ben tosto a ricercare altrove il suo pubblico di seguaci e d’ammiratori.