Era una grande opera di restaurazione sociale ch’egli aveva meditata e voleva pazientemente iniziare. — Gli statuti, le leggi, le formule correnti e le teorie preferite nei tempi nostri minacciavano, secondo lui, il progresso avvenire della Specie, poiché tendevano a soffocare la lotta per l’esistenza, a rinnegare il principio ereditario, a distribuire i diritti e i poteri e i beni con criterii astrattamente numerici in opposizione agli esempii della Natura. Le torbide condizioni della società contemporanea, abbandonata omai all’arbitrio delle masse, dipendevano sopra tutto dall’acquiescenza quasi criminosa delle classi superiori, che avevano piegato il capo sotto la violenza o si eran morbosamente commosse alle declamazioni e ai sofismi della democrazia. Rassegnati o apóstati, gli uomini che, affinando il corpo ed elevando lo spirito con le più aspre discipline, avevan già tenuto nelle loro mani i destini della razza, erano in atto d’abbandonare armi e insegne a coloro, che una lunga servitù e una secolare ignoranza rendevano indegni nonché di governare e di giudicare gli altri, anzi di godere della stessa loro libertà d’azione e di pensiero. Occorreva dunque risvegliare dal letargo o dal sogno quei nobili immemori della loro storia; occorreva chiamare sollecitamente a raccolta tutti quelli che si erano adattati al presente stato di cose, per debolezza, per inerzia o per disdegno; occorreva ricostituire una nuova aristocrazia battagliera con i resti dell’antica e i doviziosi e gli eletti, per arrestare a forze riunite il cammino della barbarie plebea, ebra dei successi ottenuti, bramosa di devastazioni e di rapine.
Con un programma così audace e insolente, esposto però con sottile abilità, senza precipitazione e senza intemperanza di parole, la Rivista dell’Imberido trovò alfine un pubblico di curiosi e d’apprezzatori laddove appunto egli desiderava, tra le persone cólte e facoltose, tra gli uomini di scienza, tra i filosofi, tra gli artisti. La cerchia dei collaboratori venne man mano allargandosi; la polemica con gli avversarii, sopra tutto socialisti, s’accese vivace e cortese; uno scambio elevato d’idee si determinò tra i due campi, precisandone gli intendimenti, lumeggiandone la profonda divergenza di principii, preludendo pacificamente alla gran lotta che i tempi maturano e l’avvenire dovrà decidere in favore degli uni o degli altri.
Ma il giovine non poteva appagarsi del successo di curiosità ottenuto dal periodico, né della effimera nomea che gli davano i suoi articoli succosi e cristallini. Egli voleva lasciare una traccia più notevole e più duratura di sè; egli voleva organizzare in un libro il complesso delle idee che spargeva disordinatamente e a seconda delle occasioni nella Rivista.
Ottimo consiglio gli parve, poiché omai il periodico aveva conquistato pubblico e fortuna, il ritrarsi dalla lotta viva, per qualche tempo; molto più che la stagione calda incominciava, e la città era divenuta intollerabile sotto un sole assiduo che fiaccava forza, volontà e ingegno. Durante la sua assenza, i compagni senza difficoltà avrebber potuto continuare l’opera da lui intrapresa, e al bisogno egli, anche da lontano, li avrebbe sorvegliati e consigliati a dovere.
Dopo aver raccomandato la Rivista alla direzione d’uno de’ suoi più ardenti collaboratori, il giovine avvocato Zaldini, egli, con un’enorme cassa di libri e di carte, si ritirò in un piccolo villaggio del Verbano, a Cerro, dove contava di passare l’estate e l’autunno in un assoluto isolamento.
Il palazzo, di cui l’Imberido aveva preso a fitto soltanto l’ala sinistra, era un antico monasterio divenuto più tardi dimora padronale. Seduto maestosamente a mezzo del villaggio su un rialto erboso, esso apriva le sue rade finestre e i suoi due rozzi balconi laterali a una vista superba, di fronte alla massima estensione del lago, che ivi s’ingolfa profondamente verso la valle del fiume Toce e le creste del Sempione. Era un’architettura primitiva, quasi immutata dal tempo in cui i monaci l’avevan costrutta: liscia, densa, disadorna nel suo esterno, s’alleggeriva e s’aggraziava internamente dove un cortile recinto da un doppio ordine di portici diceva ancora il gusto e la possanza degli antichi proprietarii. Le stanze eran tutte a vólta, semplicissime, ben quadrate, sebbene un po’ tenebrose per la scarsità e l’angustia delle luci. A pian terreno un pertugio a mo’ di grotta metteva in comunicazione il cortile col primo spianato d’un giardino veramente mirabile.
Il palazzo confinava da una parte col letto d’un torrente sempre gravido d’acque, dove i pallidi armenti scendevano al meriggio per dissetarsi; dall’altra parte, con la piazza principale del Comune, una ristretta superficie inclinata verso il lago, cui facevan corona alcuni abituri addossati l’uno all’altro in disordine e l’umile prospetto della chiesa parrocchiale. Il villaggio poi era quieto, muto, come spopolato; un rifugio di pescatori insociabili, che parevan uscire soltanto a vespro dalle dimore per mettere, su la riva già ottenebrata, mobili profili neri, simili a fantasmi.
La campanella acuta e stridula squillò un’altra volta, anche più a lungo nel silenzio. Aurelio, ch’era rimasto immobile al balconcino, gli sguardi perduti nel vuoto, forse oppresso ancora dai residui della sonnolenza, si scosse. Quel secondo richiamo era dedicato a lui che, come d’abitudine, tardava a presentarsi alla mensa; ed egli, dallo strappo vibrato, disuguale, sebbene un po’ debole, che moveva la campana, riconobbe esser la nonna medesima che lo sollecitava. Con un atto neghittoso si passò le mani su gli occhi, quasi si fosse risvegliato in quel punto, rientrò a passo incerto nella camera già invasa dall’ombra, raccattò il libro caduto a terra, e poi si risolse non senza sforzo a discendere per il pranzo.
La mensa era preparata nel mezzo d’una gran sala umida e tetra a pian terreno, assai più lunga che larga, le cui pareti tra le scrostature, le livide macchie e le pallide emanazioni del salnitro mostravan qua e là brani a pena decifrabili di pitture a fresco. Quella piccola tavola rettangolare, così bianca nella bianca tovaglia su cui piombavan concentrandosi di sotto al paralume opaco i raggi bronzei della lampada, pareva fosforescente nella vasta oscurità del luogo.
Aurelio, dopo un breve indugio su la soglia, entrò.