Donna Marta, che stava già seduta al suo posto di fronte all’uscio e mangiava, alzò il viso dalla scodella fumante per gittargli uno sguardo gonfio di rimproveri. Era una vecchia donna d’oltre settant’anni, magra, distrutta, rattrappita, pallida d’un pallor cereo, quasi orrida nei lineamenti che l’età e l’indole impulsiva avevan devastati: un gran naso aquilino, cartilaginoso, spiccava in maniera grottesca nel mezzo della sua faccia; il mento, troppo forte e sporgente, faceva sì che il labbro di sotto soverchiasse quello di sopra fin quasi a coprirlo; i capelli grigi e copiosi, inanellati alla foggia antica, ondeggiavanle a cernecchi intorno alle orecchie e su l’occipite con una triste caricatura di giovinezza. Eppure ella non era fastidiosa nè ripugnante a vedersi, specialmente se la si osservava con un poco d’attenzione e di continuità. In fatti nel lampo degli occhi, due grandi occhi nerissimi dilatati da una lunga malattia al cuore, e nel facile sorriso che scopriva la dentatura ancor ricca, e nella mobilità vertiginosa delle espressioni, donna Marta possedeva una specie di grazia affascinante che accattivava la simpatia di chiunque la conoscesse.

— È almeno mezz’ora che t’aspetto! — ella brontolò sordamente, fissandolo con la faccia scura. — Come sempre, mi son dovuta risolvere a pranzar sola. Nessuno al mondo, per tua norma, non mi ha mai fatto aspettar tanto: nè il tuo povero padre, nè il mio povero marito. Essi però mi rispettavano, mentre tu non hai proprio alcun riguardo per me!...

Era la solita occhiata minacciosa che lo riceveva quand’egli compariva in ritardo su quella soglia; eran le solite parole aspre con le quali s’inaugurava troppo spesso il pasto familiare. Senz’aprir bocca, con un lieve sorriso benevolente su le labbra, il giovine sedette a tavola, versò flemmaticamente la sua parte di zuppa nella scodella e incominciò a mangiare.

Egli aveva fatto l’abitudine a queste brusche accoglienze. Egli d’altra parte sapeva che l’umore dell’avola non poteva avere stabilità e tra poco ella medesima si sarebbe dimenticata d’essere in urto con lui. In quel cervello bizzarro le idee, le imagini, le volizioni si rincorrevano con una singolare rapidità, senza un nesso determinato, per un principio di degenerazion nervosa che la rendeva intollerante di qualunque stato fisso dello spirito. Tacere adunque, in aspettazione della prossima crise psichica, era ancora il miglior sistema per vivere in concordia e in armonia con lei.

Un silenzio seguì. Fu donna Marta che parlò prima; e parlò amabilmente con la sua voce chiara e giovenile dei momenti buoni, che tanto contrastava con la decrepitezza della sua figura.

— Aurelio, sai dunque la gran novità?

— Che novità? — domandò il giovine, sorridendo.

— Eh, càspita, sono arrivati i nostri vicini, or fa una mezz’ora. È stata una festa per questo paese! Cerro è tutto in fermento: la spiaggia d’avanti al palazzo sembra un magazzeno di casse, di cassette, di bauli, di valige! Tu vedessi: la popolazione vi si è riversata in massa per assistere allo sbarco, per prender parte all’opera di sgombero che continua ancora. E il ricevimento degli ospiti fu clamoroso, addirittura trionfale: ò visto alcune contadine che sventolavano i fazzoletti, mentre i monelli grandi e piccini gittavano in aria i berretti, urlando a squarciagola: «Evviva, evviva!» Ti garantisco: una scena curiosa che mi à divertita più che a teatro!

La vecchia parlava assai forte, alternando le intonazioni basse della voce con le acute, sottolineando le frasi con certi gesti enfatici che la mettevan tutta scompostamente in agitazione. A ogni tratto però era costretta a interrompersi per riprendere il fiato; e lo sforzo era visibilmente penoso.

— E perché tanto chiasso per alcuni villeggianti che arrivano? — chiese Aurelio con un’aria d’indifferenza. — Per noi non si è fatto niente di simile, mi pare.