— Dove andiamo? Dove vuole, signorina.

— Nell’orto?

— Nell’orto.

— Forse non c’è mai stato?

— In fatti, mai.

— Io le farò da guida, — concluse la fanciulla; e s’incamminò spigliata d’avanti a lui.

Portava un abito grigio, sobrio e attillato, che avvinceva strettamente il suo torso e scendeva diritto lungo i fianchi, ritraendo a ogni movimento le forme eleganti della persona. Nessuna guarnizione su quell’abito; un sol nastro serico d’un color di lilla pallido le girava intorno alla cintola assai sottile, e ricadeva dalle reni in due lunghe bande volanti fin quasi a terra. In capo aveva un cappellaccio di paglia dalle tese larghe e convesse, su cui risaltavan due tulipani scarlatti in un ciuffo di foglie e di spighe; e in mano, a guisa di mazza, un ombrellino di raso iridescente, orlato d’una trina bianca.

Aurelio la seguiva da presso, guardandola con curiosità intenta, ma immemore e spensierato come un fanciullo. Entrarono così nell’orto, uno dietro l’altra, senza parlare, tenuti entrambi da una specie di stupefazione dolce, da una specie di torpore, sotto la sferza del sole.

Un gran viale, cosparso di ghiaia fina e quasi candida, tagliava a mezzo il pianoro dove il vecchio frutteto prosperava. Da ambe le parti, equidistanti e regolari, altri viali più angusti vi affluivano in una perfetta simmetria di linee parallele. Nei rettangoli intermedii gli alberi crescevan poderosamente sopra un suolo grasso e ubertoso, piantati in ordine sparso, bene esposti alla luce, diritti e sani, come assistiti nel loro sviluppo da una mano sollecita. Alcuni, troppo carichi, avevan sostegni obliqui sotto i rami più oppressi dal peso; alcuni, ancora esili e malfermi, si vedevan protetti da una custodia di piuoli confitti nel terreno, trattenuti da cerchii di ferro. E v’erano albicocchi, peri, pruni, mandorli, superbi d’una innumerevole prole di globuli gialli o verdi; alcuni noci giganteschi dal fogliame smorto, dal fusto smorto, dai malli smorti, come scolorati dalla soverchia illuminazione; fichi enormi e serpentini, che parevano celare a fatica il loro scheletro mostruoso nel manto delle vaste foglie triforcute; e una moltitudine di peschi fragili, seminudi, maturanti al sole i grossi frutti penduli e vellutati.

Si spandeva all’aria da quella possente coltura di piante fruttifere un odor caldo e salubre, molto simile a un alito vivo. Qua e là qualche vaso di limone o d’arancio, disposto su i margini dei viali, mesceva alla fragranza diffusa dei grandi alberi il profumo penetrante de’ suoi fiori, come un artificio d’eleganza e di seduzione in una bocca di donna. E dovunque era silenzio, silenzio profondo; nella pineta, nel prato, nell’orto, sul poggio, nel cielo.