— A che pro...?! — ripeté il giovine, fissandola, un po’ impacciato.
La domanda l’obbligava a una lunga esplicazione e non agevole. Egli ammirava profondamente le opere estetiche: tra tutte le arti, la poesia e la musica eran quelle che prediligeva come le più perfette espressioni della bellezza ideale. Pensava anzi che l’arte fosse, con la filosofia, l’eccelsa fioritura della mente umana, un privilegio degli spiriti eletti, un titolo tra i più validi e più legittimi nelle nuove aristocrazie intellettuali. Per lui l’artista era un uomo nobile, e uomo nobile non poteva essere chi rimaneva estraneo e chiuso al fascino del bello, alle pure ebrezze dell’intelligenza. Queste cose egli avrebbe voluto esprimere, e le parole gli salirono spontaneamente alle labbra. Ma invece rispose:
— Per celebrar le sue lodi, signorina!
Ella lo guardò, come se dalla pausa avesse indovinato i suoi pensieri e dubitasse della sincerità di quella risposta. Quindi, per non insistere su l’argomento in cui sentiva esser tra loro una discordia d’opinioni, domandò:
— E lei, dove andava da queste parti?
— Io? Non so... Verso l’alto, come sempre... Perchè a me piace salire, continuamente salire... La montagna m’attira con una prodigiosa potenza. Quando mi metto per una via che tende in su, non posso più fermarmi, proseguo come un automa sospinto da un’energia ignota, accelero il passo man mano che l’erta si fa più scoscesa, non rimango se non ho superato un culmine. Non so perchè: questa strana sensazione d’ansia e di piacere, l’ho provata dalla prima volta che ho visto la montagna, quando ero ancor bambino.
Flavia ascoltò grave e attenta, or corrugando e ora spianando la fronte, tenendo lo sguardo fisso su di lui, ma non ne’ suoi occhi. D’un tratto si levò ritta in piedi, e disse a mezza voce, così che a pena egli la intese:
— Su via, dunque, mi dia un saggio della sua abilità d’alpinista. Mi raggiunga... Andiamo!
Le semplici parole, che parevan dette per giuoco, ebbero dall’intonazione e dal gesto un significato profondo. Egli non potè resistere all’invito; s’abbandonò a quel tenue incanto; si lasciò trascinare da quella voce di donna che lo chiamava discretamente a sè. Un desiderio oscuro l’assalì: di mostrare la sua vigoria fisica, di rivelare in uno slancio leonino la sua giovinezza agile e forte. Si sarebbe detto che l’essere originario, primordiale, selvatico, avesse avuto in lui un brusco risveglio, fosse uscito libero e fresco dalla spoglia artificiale che l’opprimeva. Egli ascese in corsa il pendìo ripido del prato, giunse in un attimo a fianco della fanciulla, si fermò sicuro d’avanti a lei, rattenendo il respiro per non tradire la commozione del cuore, per ostentarne la regolarità dei palpiti anche dopo uno sforzo supremo.
— Bene! Bravo! — ella approvò seriamente, senza sorridere, con sincerità; poi, soggiunse cambiando tono ed espressione: — Ed ora che si fa? Dove andiamo?