— Non so precisamente. Ero stanca di star là giù seduta a lavorare: e m’è nata la cattiva ispirazione di salire verso l’orto a traverso questo prato.

— Ah, ella vien fin qui a passare le ore calde della giornata?

— Sì, noi lavoriamo quasi sempre all’aria aperta. Si vuole avere il gran cielo per testimonio che l’ozio non è tra le nostre abitudini... Come può vedere, quello è appunto il nostro laboratorio, quando almeno il tempo ce lo consente.

Il giovine si volse verso il punto che Flavia indicò. All’ombra degli ultimi abeti del bosco, in una specie di nicchia verde, era disteso su l’erba un ampio scialle a mo’ di tappeto, tutto coperto di scatole, scatolette, astucci, astuccini, cestelli, e d’una infinità di gomitoli colorati; due telaretti per ricamo e due sediuole portatili compivano quell’improvvisato luogo di lavoro.

— È un rifugio da poeti, questo! — disse Aurelio, rivolgendosi a lei.

— Dove, per buona ventura, poesie non se ne fanno, e né pure se ne leggono mai! Io odio cordialmente i versi e i verseggiatori.... Non è per caso tra questi, signor Imberido?

— No, signorina, pur troppo!

— Pur troppo?...

— Sì, perché vorrei esser poeta.

— E a che pro?